Negoziati di facciata o conto alla rovescia per un’escalation senza precedenti. Mentre a Doha il viceministro degli Esteri di Teheran avvia colloqui indiretti con Washington attraverso la mediazione del Qatar, la tensione tra Stati Uniti e Iran raggiunge il punto di non ritorno. Al centro del confronto c’è una lettera riservata inviata dal vice di Trump, JD Vance, ai falchi del regime iraniano per proporre un accordo lampo sul nucleare in cambio dell’allentamento delle sanzioni e della riapertura dello Stretto di Hormuz. La diplomazia corre contro il tempo: con il voto americano di metà mandato alle porte, l’amministrazione Usa cerca un successo immediato. Tuttavia, secondo indiscrezioni dei media del Golfo, Washington avrebbe già avvertito i Paesi alleati della possibilità di intensi attacchi aerei contro le infrastrutture iraniane a partire dal 4 novembre, subito dopo le urne, qualora la via negoziale dovesse fallire.
Dal canto suo, l’Iran non mostra segni di resa. La Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ha ordinato ai vertici militari di preparare una “risposta immediata e senza limiti geografici” a qualsiasi offensiva nemica, includendo nella banca dati degli obiettivi tutte le risorse americane e israeliane nell’area. Con Israele bloccato in un’incertezza politica che il premier Netanyahu potrebbe sfruttare per consolidare il potere in chiave bellica, e le monarchie del Golfo terrorizzate dalle ritorsioni sui propri impianti petroliferi, il Medio Oriente resta sospeso tra un’intesa dell’ultimo minuto e l’incubo di un conflitto totale
