A 46 anni dal boato che devastò la stazione ferroviaria il 2 agosto 1980 causando 85 vittime e oltre duecento feriti, Bologna è tornata a scendere in piazza per riaffermare il valore della memoria e della tenuta democratica. Il tradizionale corteo, partito da Palazzo D’Accursio in direzione della stazione, ha attraversato via Indipendenza vedendo in testa il sindaco Matteo Lepore, affiancato dal sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, dal presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale e dalle altre autorità cittadine. Il passaggio del primo cittadino è stato accompagnato da un lungo applauso e da cori di incoraggiamento della folla («Forza Lepore»), arrivati dopo le minacce di morte ricevute dal sindaco nei giorni scorsi a seguito della manifestazione per la scomparsa di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto il 19 luglio durante un fermo di polizia. Alla marcia hanno preso parte, integrate nel tessuto della comunità locale, anche la nipote e la sorella dell’uomo: «L’abbraccio della città mi ha commossa: mi sono stati tutti vicini e questo riconferma il fatto che Bologna è una città unita, sono fiera di farne parte», ha dichiarato all’ANSA Yossra Fakir, sottolineando come la partecipazione alla memoria del due agosto sia una risposta spontanea di rispetto e vicinanza istituzionale.
A tracciare il significato profondo della ricorrenza è stato in primo luogo il capo dello Stato, Sergio Mattarella, il cui messaggio ha richiamato il valore civile della data: «Il segno profondo impresso dalla strage del due agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna è inciso nella storia repubblicana e nella coscienza degli italiani: il dolore infinito per tante vittime inermi, donne, uomini, bambini, la commozione per lo strazio e i patimenti dei familiari, lo sgomento per la distruzione portata nel centro della vita civile della città e dell’intera nazione si rinnovano oggi, come in ogni giorno di ricorrenza: è una consapevolezza che riguarda la nostra comunità, i giovani anzitutto, e rilancia l’impegno a salvaguardare il futuro da costruire nei valori di libertà, di giustizia, di democrazia, i valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere».
Anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha affidato ai propri canali social un pensiero di cordoglio: «46 anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci, ha colpito al cuore la nazione intera con un attentato che ha disintegrato la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento: quello che è accaduto il due agosto del 1980 rappresenta una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionale e oggi ci uniamo, ancora una volta, ai familiari delle vittime e a tutti i bolognesi in questa giornata di dolore e commemorazione». Dichiarazioni alle quali ha fatto riscontro l’osservazione di Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime: «Per la strage di Bologna c’è una luce straordinaria, data dalle sentenze dei processi, che è stata capace di illuminare la pagina buia a cui si riferisce la Presidente del Consiglio e mostrarne la matrice neofascista».
Dalla piazza e dai palchi istituzionali le prese di posizione si sono susseguite toccando sia la ricerca storica sia l’attualità politica. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha rimarcato l’esigenza di una rigida aderenza alla verità giudiziaria: «Io penso che soprattutto chi governa debba dare piena lettura e piena attuazione alle sentenze, che hanno appurato la matrice neofascista di una strage terroristica eversiva, condotta con la collaborazione di apparati deviati: per governare è importante anzitutto conoscere la storia del nostro paese e noi continueremo a fare la nostra parte, anche nelle aule parlamentari, per evitare qualunque tentativo di riscrittura della nostra storia e qualunque legittimazione a piste che sono già state completamente smentite da intere sentenze, come la pista palestinese».
Da parte dell’esecutivo, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, parlando nel cortile del Comune in rappresentanza del Governo, ha riconosciuto nettamente le responsabilità storiche: «Alle 10.25 del due agosto 1980 un attentato terroristico di matrice neofascista ha squarciato la vita di tante persone, di una città, di una nazione intera: essere qui a Bologna significa raccogliersi davanti ad una delle ferite più dolorose della storia del nostro paese, è una data che appartiene a tutta l’Italia intera». Valutazione condivisa dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha evidenziato come «l’orologio della stazione, fermo al minuto dell’attentato, racconta ancora oggi la disumanità del disegno eversivo di matrice fascista che provò a minare il cuore della nostra democrazia», definendo la reazione dello Stato e dei familiari «un monito che si rinnova per prendere una posizione netta contro ogni forma di odio». Nel suo intervento dal municipio, il presidente della Regione Michele De Pascale ha ricordato la funzione storica svolta dalla comunità locale: «Se non ci fossero state questa associazione e questa città, quello che è avvenuto quel giorno sarebbe stato derubricato a uno dei tanti attentati terroristici, una pagina nera messa in atto da un gruppo di neofascisti che non si rassegnavano alla libertà: mandanti, terroristi e depistatori non sapevano che 46 anni dopo saremmo stati ancora qui».
A manifestare chiarezza sulla responsabilità politica del momento è stato anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «In occasione del 46º anniversario della strage di Bologna rinnoviamo un sentito omaggio alla memoria delle vittime e ai loro familiari: è doveroso ricordare nuovamente che la verità giudiziaria ha attribuito con sentenza definitiva alla “matrice fascista” la responsabilità di questa orribile strage ed è altrettanto doveroso unirsi alla richiesta che viene da più parti di proseguire nella ricerca della completa verità, lo dobbiamo all’Italia». Il sindaco Matteo Lepore ha ribadito dal canto suo come «il due agosto 1980 sia il giorno più importante della storia della città, una giornata in cui la speranza è iniziata e da cui la nostra democrazia è uscita più forte».
Tuttavia, il clima attorno alla commemorazione è stato segnato anche dalle proteste esplose quando dal palco della stazione il presidente dei familiari, Paolo Lambertini, ha attaccato la linea della Giustizia citando il ministro Carlo Nordio per le sue affermazioni sul Piano di rinascita democratica della P2: «Oggi dobbiamo ricordare che su quello stesso documento è indicato come obiettivo anche il Presidenzialismo, un progetto volto allo stravolgimento dell’assetto costituzionale nato insieme alla Repubblica 80 anni fa come frutto della Resistenza partigiana antifascista: noi non possiamo permetterci di fare come il ministro Nordio che ha dichiarato di non conoscere il Piano di Rinascita democratica, lo deve conoscere quel piano signor ministro, se lo legga per cortesia!», parole accolte da vistosi fischi della piazza all’indirizzo del guardasigilli. Paolo Lambertini ha inoltre denunciato gravi amnesie documentali sulla desecretazione degli atti: «Molto è stato fatto, ma le criticità sono numerose, interi archivi sono scomparsi come quello del Ministero dei trasporti che è stato il più coinvolto negli attentati degli anni 80 per treni, aerei e stazioni: per questo è stata appena istituita una commissione di indagine amministrativa che dovrà fare chiarezza su questo buco enorme, le carte non spariscono da sole e noi vogliamo che venga fatta luce su questa lacuna di un’amministrazione che ha l’obbligo di conservare i propri archivi».
A confermare il quadro ormai delineato sul piano giudiziario è intervenuto infine il magistrato Francesco Maria Caruso, già presidente della Corte d’assise di Bologna che ha condannato all’ergastolo l’esecutore Paolo Bellini: «Il due agosto non è più un mistero, se mai lo è stato: è vero che si è impedito per anni di accertare la verità giudiziaria sulla matrice fascista ed eversiva, ma la strage ha dei mandanti individuabili negli ambienti che da sempre hanno tramato contro la Repubblica democratica, ovvero Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi; il movente è quello eversivo collegato all’introduzione di una seconda Repubblica governata da lobby, massoneria e poteri criminali, e le prove sulla matrice e sulle responsabilità neofasciste, manovrate dai servizi e dalla P2, sono sterminate e assai più cospicue di quanto emerga nel dibattito pubblico».
