Le donne sembra abbiano molto da insegnare agli uomini, e non lo scrivo tanto per fare. Sono reduce dalla festa che Carolyn Smith e suo marito Tino Michielotto hanno dato a Roma per festeggiare i 10 anni della loro scuola di ballo romana, la Carolyn Smith Academy. Un successo e un format di insegnamento che hanno portato in tutta Italia.
Non si è trattato solo di una ricorrenza, ma della celebrazione di una sfida al destino. Dieci anni fa aveva deciso di aprire la sua scuola a Roma, lei inglese di Glasgow, lui padovano. Ma non è per questo che lo sottolineo, perché solo un anno prima a Carolyn era stato diagnosticato un tumore al seno. C’erano due strade: curarsi, lasciando perdere ogni progetto, oppure lottare e continuare anche a vivere, e non solo ha continuato a danzare, a partecipare a Ballando con le Stelle, ma ha anche aperto una scuola.
Certo non era sola. «C’era mio marito Tino. Stiamo insieme ormai da trentacinque anni e passa. Era un mio allievo. Ci siamo conosciuti a Torino dove insegnavo. Io avevo un matrimonio ormai destinato a chiudersi. Lui era con la sua compagna, volevano danzare. In crisi tutti e due. Abbiamo iniziato a frequentarci come amici e poi è esploso l’amore, per caso, l’amore ti capita anche quando non lo vuoi. E così è capitato a noi».
L’amore è una grande medicina
Tino è rimasto molto vicino a Carolyn non solo nel lavoro, ma anche nella lotta alla malattia. «È stata dura, le cure, la sofferenza… ma Carolyn è una roccia, anche se ogni tanto la devo sgridare, la difendo da se stessa, non deve stancarsi come fa a volte», mi dice. «Quando non sono stata bene, lui tendeva qualche volta ad abbattersi mentre io lo tiravo su», dice lei. «Lui è un uomo sempre presente».
In questi undici anni Carolyn ha vissuto il peggio, e anche il meglio: l’amore non solo del marito, degli amici, di Milly Carlucci, di Paolo Belli, ma anche degli italiani che l’adorano. «L’amore può essere davvero una medicina. Questo è l’undicesimo anno. A volte è stato devastante».
Carolyn ha avuto una recidiva nel 2017, una sospensione delle cure nel 2022 e la ripresa della chemioterapia nel 2023. Ma ribadisce di non avere alcuna intenzione di arrendersi. Grande! Ma non unica.
Roberta nello stigma sociale
Ha conosciuto il tumore, sempre al seno, anche Roberta Tagliavini, assoluta protagonista tra gli esperti di Cash or Trash, il programma del Nove condotto da Paolo Conticini. Col tumore Roberta ha lottato un paio di volte, in assoluto silenzio, senza dire nulla alla sua famiglia nelle fasi iniziali. Una dura, perché il peggio Roberta l’aveva già vissuto quando a vent’anni, nei primissimi anni Sessanta, aveva deciso di lasciare il primo marito che la ricattava: «Se mi lasci non rivedrai più tua figlia». Doveva scegliere, arrendersi o lottare? Lo lasciò uscendo di casa, dormendo dalle amiche, senza soldi, solo con una borsa, costretta a non vedere sua figlia se non tra mille difficoltà, perché la bambina aveva avuto l’ordine di non parlarle nemmeno fuori da scuola. E c’era lo stigma sociale: “quella è una poco di buono, ha lasciato il marito, la figlia, i suoceri”.
Il lavoro è libertà
Nel tempo Roberta ha trovato la sua strada attraverso il lavoro, prima da impiegata, poi da venditrice di libri, infine di mobili (oggi ha una catena di store d’altissima gamma chiamati Robertaebasta, che gestisce con il figlio Mattia; la figlia Malena ora è una brava fotografa). Tutto questo anche grazie al secondo marito Alberto, che l’ha amata davvero, prima ufficio stampa di Celentano, poi produttore di Fausto Leali.
«Ma è stata dura, negli anni Sessanta, una donna che lasciava il marito era considerata una poco di buono, non importa se la sua vita era un inferno. Ma poi è arrivato il divorzio, era il 1972, e poco alla volta le donne separate sono state considerate, e sembra assurdo dirlo, ma era così». Roberta ha scritto la sua vita nel libro La mercante di Brera, Sperling & Kupfer, un volume che andrebbe studiato a scuola perché è la storia di una donna che è partita in salita, ma ce l’ha fatta.
Arisa, un acronimo d’amore
È un po’ la storia di Arisa: fin da bambina si era resa conto di avere un dono, la sua voce, ma tutto sembrava contro di lei. La sua famiglia era piena d’amore, ma non avevano soldi. Non a caso anche il suo nome d’arte (lei si chiama Rosalba Pippa) è l’acronimo dei nomi dei suoi cari: A come Antonio, il padre; R come Rosalba; I e S come Isabella e Sabrina, le sorelle; A come Assunta, la madre. Un dettaglio che racconta il legame indissolubile con la famiglia.
Arisa fu costretta a lavorare presto. Aveva fatto la scuola di estetista e parrucchiera, era il 2007 ed era stata pure bocciata ad Amici («Presero al mio posto Antonino»). Poi il concorso Sanremo Lab, Bonolis che la vede e capisce che dietro a quella strana ragazza con gli occhialoni c’era un’interprete straordinaria. Vinse tra i giovani con Sincerità. «Senza l’intuizione di Bonolis, sarebbe stato difficile per me emergere: il mio aspetto non convinceva altri produttori». Eppure bastava poco per capire di avere di fronte uno dei talenti più straordinari d’Italia.
Fiordaliso, ragazza madre
«Quando avevo 15 anni sono rimasta incinta e ho voluto tenere quel bambino», mi ricorda sempre Fiordaliso, una voce immensa che aveva iniziato a cantare con suo padre, operaio ma anche musicista.
«Eravamo sei fratelli. Papà faceva l’operaio e il batterista la sera, io cantavo con lui. Quando sono rimasta incinta, lui non volle saperne e mi portò in un istituto per ragazze madri. Mi lasciò lì da sola. C’era la direttrice, una grande donna, e tante ragazze come me. Quel bambino l’ho voluto a tutti i costi, sono sempre stata una madre forte».
Il giorno di Natale in solitudine
Fiordaliso ricorda il giorno di Natale da sola, la madre che di nascosto le portava il brodo di cappone fatto dalla nonna per ricordarle il sapore di casa. Poi il padre ha capito e l’ha aiutata. Poi un altro amore, anche quello finito, un altro figlio, la serenità arrivata con il successo. Il dolore per la morte della madre, per Covid, da sola in ospedale, mentre lei era a letto a casa, anche lei colpita. E il padre rimasto solo: «È morto molto anziano, negli ultimi mesi era come un altro mio figlio». Nella vita a volte si dà più di quello che si è ricevuto, eppure si migliora, si trova pace, come nel caso di Fiordaliso, che si chiama Marina Fiordaliso, una persona straordinaria non solo come cantante.
Se il nemico è il padre
A volte i padri possono essere veri nemici, come nel caso di Loredana Bertè, un’altra donna che non si è arresa mai. Nemmeno da ragazzina quando ha capito che in casa, a Bagnara Calabra, c’era solo odio e violenza ed era scappata a Roma, dove aveva trovato un amico, Renato Zero. Loredana non dimentica: «Nella mia vita ho conosciuto la violenza: le prime violenze le ho subite tra le mura domestiche con un padre-padrone, che fortunatamente dopo quattro femmine se n’è andato».
E ancora ricorda: «In casa c’era un clima opprimente, ho visto tante volte mio padre massacrare di botte mia madre, anche all’ottavo mese di gravidanza. L’ho rivisto al funerale di Mimì (la sorella Mia Martini, ndr) dopo 40 anni, e anche in quell’occasione mi ha menato, strappandomi i capelli. Tornata a Roma, Renato Zero mi ha portata da un medico che mi faceva un’iniezione per farmi ricrescere i capelli dove c’erano i buchi». Poi il padre è morto: «Ma c’è stato un risvolto positivo a crescere senza famiglia: non mi ha dato nessun dolore».
Alba Parietti, mai dipendere
Legatissima a suo padre e a sua madre invece è Alba Parietti che, a differenza di molte donne del suo settore, non si è mai appoggiata a un uomo. Li ha amati e fagocitati, qualcuno è fuggito, altri l’hanno delusa, altri ancora si sono messi in competizione con lei, ma stranamente poi è riuscita a stabilire rapporti di amicizia autentica con i suoi ex, al punto che a certi compleanni si sono ritrovati in molti: Franco Oppini, la seconda moglie di lui Ada Alberti, il filosofo Stefano Bonaga, Christopher Lambert, Jodie Vender, Giuseppe Lanza di Scalea.
«Ci sono i momenti più impegnativi per tutti e quindi si pedala con maggior vigore», mi dice, «ma non mi sono mai arresa». Ed eccola oggi, prima donna tra le opinioniste in tv.
Giusy e Donatella Versace
Concludo parlando di due cugine con una storia che poteva avere risultati opposti. Parlo di Donatella Versace e di sua cugina Giusy Versace, in effetti cugina di secondo grado di Donatella, Santo e Gianni, figlia di Alfredo Versace.
Giusy era una bellissima ragazza quando il 22 agosto 2005, a 28 anni, in un incidente sulla Salerno-Reggio Calabria ha perso entrambe le gambe. Aiutata dalle amiche e dalla famiglia ha deciso di andare avanti. Ha conosciuto l’amore: lui è Antonio Magra, conosciuto al centro per le protesi a Bologna («Abbiamo una gamba in due», dice lei ironica). È stata la prima donna italiana a correre con doppia amputazione, ha vinto 11 titoli italiani, fondato la onlus “Disabili No Limits”, vinto Ballando con le Stelle e intrapreso la carriera politica da deputata, lanciando una proposta di legge per l’equiparazione degli atleti paralimpici a quelli olimpici.
Dopo l’omicidio di Versace
C’è chi come Giusy abbraccia la vita che per un soffio non le è stata tolta, e chi invece cade vittima di un dolore immenso, come Donatella Versace. Aveva già provato la cocaina prima che suo fratello Gianni fosse ucciso a Miami nel 1997. Dopo: «Non riuscivo a resistere al dolore e non potevo piangere in pubblico. Dovevo nascondere i miei sentimenti. E che modo avevo di farlo se non con la cocaina e i sedativi? Così ho passato i sette anni più cupi, brutti e terribili della mia vita». «Ed evitavo le amicizie vere come Elton John».
Grazie a Elton John la rinascita
Proprio Elton John, insieme all’ex marito Paul Beck, organizzò una serata senza che lei sapesse: parlarono a Donatella una notte intera. Il giorno dopo prese un aereo per l’Arizona e si fece ricoverare in una clinica di disintossicazione. Sono passati vent’anni: Donatella è oggi la donna che tutti conosciamo, ha salvato l’azienda creata con i fratelli e l’ha affidata alle mani sicure di Patrizio Bertelli e Miuccia Prada. Pure per lei il motto è: non arrendersi mai.