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Sanremo 2026, Gianna Fratta: «Premiata la melodia più semplice, ma l’innovazione è un’altra cosa» – L’INTERVISTA

Gianna Fratta è Maestra d’orchestra di riconosciuto talento, tanto in Italia quanto all’estero. Maestra, al femminile, così come ha preteso di essere chiamata già in tempi non sospetti e non senza argomentazioni valide, proprio come ha fatto la collega Carolina Bubbico durante il Festival di Sanremo 2026, quando ha corretto Laura Pausini al momento dell’annuncio.…
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Gianna Fratta è Maestra d’orchestra di riconosciuto talento, tanto in Italia quanto all’estero. Maestra, al femminile, così come ha preteso di essere chiamata già in tempi non sospetti e non senza argomentazioni valide, proprio come ha fatto la collega Carolina Bubbico durante il Festival di Sanremo 2026, quando ha corretto Laura Pausini al momento dell’annuncio. Una questione di genere nient’affatto trascurabile che ha portato la direttrice d’orchestra foggiana a interpretare criticamente anche la canzone di Sal Da Vinci, Saremo io e te, vincitrice dell’ultima edizione della kermesse. Ne ha parlato in questa intervista.

Sulla sua pagina social ha definito il brano vincitore di Sanremo un pezzo «nato vecchio». Perché?

«È una canzone che non è per niente innovativa e questo lo dico al di là del genere neomelodico, che è tornato e piace. Si può fare innovazione attraverso l’armonia, la melodia, l’arrangiamento, anche con un genere musicale del passato. A dire il vero, mi ha ricordato una vecchia canzone di Massimo Ranieri, Se bruciasse la città: sono contenuti musicali che non propongono nulla di nuovo. Quanto al testo poi, è ancora più vecchio perché canta e inneggia a un tipo di amore esasperatamente esclusivo per cui la vita ha senso solamente se c’è l’altra persona, un messaggio che in questo periodo storico non è giusto veicolare».

Secondo lei sarebbe in contrasto con argomenti quali l’educazione sentimentale, i femminicidi, la lotta al patriarcato. In che modo?

«In un momento in cui si uccidono le donne perché si sottraggono a questo genere di amori, cantare di amore eterno, per giunta con riferimenti al possesso, mi sembra pericoloso. La visione, poi, del re che “regala” il matrimonio alla regina, rigorosamente vestita di bianco, è vecchia, è superata, non mi convince. È chiaro che è solo una canzone e ognuno fa riferimento alla propria esperienza, ma viviamo un periodo storico molto delicato in cui bisogna stare attenti a quali segnali si danno».

Ha vinto Sal Da Vinci perché oggi il pubblico italiano vuole davvero questo tipo di storie e di melodie?

«Il pubblico è plurale, indipendentemente da chi vota a Sanremo e da chi lo guarda. Non credo però che una singola canzone possa essere lo specchio di un Paese. Sicuramente, c’è una grande fetta di pubblico che apprezza questo tipo di canzoni, sempre che abbia esercitato una visione critica sul testo, riflettendo anche su certe tematiche. Più probabilmente, ha prevalso la melodia semplice, orecchiabile. Ciò che mi meraviglia, invece, sono i voti della sala stampa e della radio, che nel caso in questione hanno contato molto: questo mi stupisce!»

Quali artisti o artiste, invece, ha apprezzato di questa edizione di Sanremo?

«Mi sono piaciute tantissimo le canzoni di Masini e Fedez e quella di Arisa. Ma mi è sembrata molto interessante anche Ditonellapiaga. Ho apprezzato poi Ermal Meta e, perché no, le Bambole di Pezza ed LDA, il figlio di Gigi D’Alessio».

Ad un certo punto della kermesse, la Pausini ha chiamato «maestro» Carolina Bubbico che, in diretta, le ha chiesto di essere chiamata «maestra». Ha fatto bene?

«Bubbico ha fatto benissimoe avrebbe dovuto farlo sin dalla prima serata. Anzi, così come faccio io in via preventiva, bisognerebbe già precisarlo in sede contrattuale: “si richiede di essere chiamata Maestra in qualsiasi contesto”. Ha fatto bene, inoltre, perché ha dato visibilità a una cosa a cui tengo tantissimo la quale, purtroppo, fa ancora notizia. Il linguaggio di genere resta un tema tutt’altro che irrilevante: alcuni dicono che non è importante, che è il resto che conta, io dico va bene, ok, ma non costa niente usare la grammatica correttamente».

Forse in Italia non è «solo» una questione di grammatica?

«Sul linguaggio di genere, al di là di chi lo osteggia, c’è un percorso in atto che va da solo: man mano che il mondo cambia, cambiano anche le parole. In tanti Stati sono state fatte delle norme, non nel nostro. Tuttavia, sempre più donne si fanno chiamare avvocata, ministra, sindaca… Io sono stata una delle primissime che ha chiesto di essere chiamata direttrice e maestra, ed ero davvero sola, tanto che la cosa faceva notizia. Adesso siamo sempre di più e anzi, forse la minoranza è ormai costituita da coloro che pretendono ancora il maschile. Non si può andare contro la storia».

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