L’omicidio di Saman Abbas non fu una tragedia improvvisa né una lite sfociata nell’impeto, ma un delitto «freddamente elaborato e condiviso in epoca ben anteriore». Lo certificano i giudici della prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui hanno reso definitive le condanne a carico dei familiari della 18enne pakistana uccisa a Novellara tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021. Gli “ermellini” confermano così i quattro ergastoli per i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen e per i cugini Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, oltre ai 22 anni di reclusione per lo zio Danish Hasnain.
La Suprema Corte ha ribaltato il giudizio di primo grado riconoscendo la premeditazione: la decisione di uccidere era maturata da tempo ed è scattata quando Saman ha scelto di sottrarsi definitivamente al controllo familiare. A dimostrare la pianificazione vi sono l’acquisto dei biglietti aerei di solo ritorno per il Pakistan, comprati dai genitori il 28 e 29 aprile, e lo scavo anticipato della fossa nelle campagne reggiane.
Nelle 100 pagine di motivazioni viene sancita anche l’aggravante dei motivi abietti: il richiamo a presunte tradizioni culturali o religiose non può attenuare la gravità di un delitto compiuto per punire la libertà di autodeterminazione di una giovane. Cade anche la figura della madre come figura succube: Nazia Shaheen ha accompagnato «con risolutezza» la figlia verso il luogo dell’esecuzione. Con la condanna al risarcimento delle parti civili, tra cui il fratello Ali Haider e il Comune di Novellara, si chiude così definitivamente la dolorosa vicenda giudiziaria
