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Referendum sulla Giustizia, sorelle Meloni in campo per il Sì: «Chi vota No non fa un affarone»

Se all'ora di pranzo la secondogenita parla ai più giovani, nel pomeriggio la sorella maggiore sollecita la sua famiglia-partito nata sull'onda dell'emozione per i magistrati «eroi» e vittime delle stragi. Entrambe puntano a portare al voto più gente possibile, per il sì al referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni e sua sorella Arianna scendono in campo…
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Se all’ora di pranzo la secondogenita parla ai più giovani, nel pomeriggio la sorella maggiore sollecita la sua famiglia-partito nata sull’onda dell’emozione per i magistrati «eroi» e vittime delle stragi. Entrambe puntano a portare al voto più gente possibile, per il sì al referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni e sua sorella Arianna scendono in campo nel rush finale della corsa al voto che domenica e lunedì deciderà la sorte della riforma Carlo Nordio. E non il destino del governo, perché dire il contrario «è una trappola» – insistono – e soprattutto «non è un affarone».

«Non mi dimetto comunque»

È questo il messaggio cruciale che le due sorelle rilanciano. Ciascuna dal proprio «palco». Per la premier, è la tana di Fedez e Mr Marra, lo studio dove il rapper e lo youtuber registrano il loro podcast «Pulp». Per Arianna, è il palazzo dei congressi all’Eur dove si ritrova il popolo della destra – dalla vecchia guardia di FdI ai giovani del partito – che chiude così la corsa referendaria. Diversissime le location ma identico il traguardo. La presidente del Consiglio accetta l’invito di Fedez e difende la scelta sui social: «Quando non parlo, dicono che scappo – scrive sui social riferendosi alle opposizioni – Quando parlo, contestano il luogo, il mezzo e chi mi intervista. Il sospetto è che preferirebbero semplicemente che io non esistessi». Quindi chiosa: «Mi spiace, ma non posso accontentarli».

«Non sono vigliacca»

Poi nello studio con i due «intervistatori» ai lati, parla per quasi un’ora. Risponde con il «tu», poi si scusa, si corregge ma spesso ci ricade. Spazia dalla guerra ai rapporti con gli Usa (su cui si anima dicendo di non essere «vigliacca» ma responsabile). Dall’Europa al caro benzina e alle accise mobili. Non si sottrae sul referendum e prova in tutti i modi – come ripete – a restare nel merito della riforma. Quella – insiste – è la «trappola» tesa dal fronte del no che «ha lavorato per farlo diventare un referendum contro il governo» usando lo slogan «Vai a votare per mandare a casa Meloni». Quindi chiarisce: «Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia». Difende la riforma perché «di buon senso» e «più semplice e immediata di quel che si creda». E la slega dal suo incarico a Palazzo Chigi: «Non mi dimetterei perché è mia intenzione terminare il mandato – ribadisce – e confrontarmi al cospetto degli italiani» alle Politiche del 2027. Se tu voti «no» solo per mandare a casa la Meloni, ti ritrovi che ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone».

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