Nel 2025 con il Piano Mattei sono stati messi a terra progetti per circa 1,4 miliardi di euro. E i Paesi coinvolti, inizialmente 9 e ora 14, nei prossimi mesi aumenteranno. Sono alcuni dei dati emersi da un bilancio stilato da fonti diplomatiche della strategia di cooperazione con il continente africano avviata dal governo. Che sarà al centro della missione di Giorgia Meloni ad Addis Abeba, dove parteciperà venerdì al secondo vertice Italia-Africa e l’indomani, da ospite d’onore, all’Assemblea dei capi di Stato e governo dell’Unione africana, a cui fra gli altri dovrebbe prendere parte il segretario generale della Nato Mark Rutte.
Strategia di lungo periodo
A due anni dal lancio dell’iniziativa italiana, nata con una dotazione finanziaria di 5,5 miliardi come annunciò la premier Giorgia Meloni, iniziano a prendere forma progetti legati soprattutto ad acqua, agricoltura e infrastrutture. Sin dall’inizio il Piano Mattei è stato presentato come una strategia nazionale e chi lo segue da vicino auspica che il suo destino non sia legato al colore dei prossimi governi: «C’è una forte aspettativa africana, non capirebbero se tra un anno chiudesse tutto».
Geopolitica e nuove alleanze
Intrecciato con l’obiettivo di contenere le migrazioni illegali, il Piano fu lanciato anche per ridare influenza all’Italia e all’Ue in un continente dove negli ultimi decenni si sono imposti soprattutto gli interessi di Russia e Cina. In quest’ottica si punta ad aumentare il profilo internazionale, dopo il coordinamento con l’iniziativa europea del Global Gateway e il coinvolgimento in progetti di lungo periodo come il Corridoio di Lobito. Rispetto a due anni fa, notano fonti diplomatiche, aumentano le aperture di credito e le richieste di collaborazione all’Italia anche da Paesi storicamente legati ad altri attori internazionali.
I canali di finanziamento
La gran parte delle risorse per ora messe a terra provengono dal Fondo italiano per il clima (circa 800 milioni) e dalla Banca mondiale, sottolineano fonti diplomatiche. Incidono anche quelle del Plafond Africa, strumento con cui Cdp sostiene le imprese operative nel continente africano, con un finanziamento da 110 milioni per la realizzazione di un impianto ad Assuan, in Egitto, destinato a diventare la più grande centrale di produzione fotovoltaica e stoccaggio di energia. Vengono rimarcate anche le collaborazioni con l’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo), in Senegal e Costa d’Avorio. Senza dimenticare che la Banca africana di sviluppo ha creato una linea di finanziamento aperta a vari Paesi, a cui hanno aderito Emirati Arabi Uniti e Danimarca: gli stanziamenti dell’Italia per i progetti sotto questo cappello saranno almeno pareggiati dalla Banca africana di sviluppo. Un altro centinaio di milioni, spiegano le stesse fonti, provengono alla Misura Africa di Simest, destinati a pmi che investono nel continente.
Il metodo dell’ascolto
Dal governo filtra l’ottimismo sul fatto che nel 2026 ancora più risorse saranno messe a terra, constatando l’interesse che arriva non solo dai Paesi europei, inclusa la Corea del Sud, tappa di una delle ultime missioni di Meloni. In questi mesi, sottolineano fonti italiane, ha funzionato «il metodo dell’ascolto», la costruzione di progetti alla luce delle priorità indicate dai partner africani, e quasi sempre in cima c’è il tema idrico. Le burocrazie talvolta frenano, viene spiegato, ma complessivamente i progetti viaggiano più rapidamente rispetto ai «tempi africani».










