L’Italia cerca di sopravvivere all’«instabilità» internazionale che «sta diventando la nostra normalità», ammette amara Giorgia Meloni. E guardando al nuovo blocco dello Stretto di Hormuz annunciato dall’Iran, indica la strada: le navi torneranno lì «quando sarà possibile» e dopo che sarà consolidato «un cessate il fuoco». Questa la conditio sine qua non per garantire libertà di navigazione e sicurezza per il commercio, fermo da settimane per la crisi iraniana.
La richiesta
Ma alla leader del fronte opposto, la tregua non basta. Elly Schlein pretende punti fermi come la pace e un mandato internazionale che consenta quelle operazioni di bonifica mine, indispensabili perché le navi tornino ad attraversare lo stretto. «Serve che ci sia un accordo di pace e serve un chiaro mandato multilaterale che ora non c’è», evidenzia la segretaria del Pd. E chiede al governo di chiarire «che cosa ha in testa, prima di fare gli annunci». Punti di vista differenti che si innestano in uno scenario che «cambia continuamente». La presidente del Consiglio non nasconde le difficoltà del momento. Ma assicura: «Siamo al lavoro ogni minuto» per «la stabilizzazione di quadranti che si sono moltiplicati».
La platea a cui si rivolge è quella degli imprenditori di Federalberghi riuniti in assemblea all’Eur, a Roma. Un impegno che Meloni descrive come corale, in sintonia con i Paesi volenterosi con cui ha riannodato i fili. Complice forse la breccia aperta pochi giorni fa dal presidente Trump, durissimo rispetto all’amica (o ex amica) che gli avrebbe voltato le spalle proprio sulla guerra all’Iran. Quindi cita la riunione a Parigi e spiega che si sta lavorando per definire condizioni che consentano una via d’uscita dalla crisi commerciale.
Nel suo controcanto, Schlein le ricorda che non è la prima riunione con i Volenterosi, ma denuncia: dall’ultimo vertice «mi pare che non sia uscita né una cornice chiara né un accordo chiaro. Vedremo e valuteremo». Francesco Boccia che guida i senatori Dem entra nel vivo e riporta i dati del Forum italiano dell’export per cui «nello Stretto di Hormuz sono bloccate merci italiane per oltre 20 miliardi di euro. Una singola nave può trasportare beni per oltre 200 milioni, immobilizzati con effetti immediati sulla liquidità delle aziende». Da qui la richiesta a Meloni di tornare in Parlamento e dire espressamente che aiuti prevede per le imprese italiane, «prima di avventurarsi in missioni dal perimetro ancora incerto».
L’emergenza In effetti pesa l’emergenza energetica e preoccupa l’effetto domino che, da petrolio e gas, può estendersi ai fertilizzanti fino al cibo. Meloni non lo nasconde ma rivendica che il governo se ne sta occupando «da quando è scoppiata questa crisi». Non solo a parole, ma cercando alternative concrete. Ricorda la missione in Algeria a fine marzo e, a ridosso di Pasqua, il blitz nei Paesi del Golfo. Obiettivo, «garantire che questa nazione non avesse contrazioni nell’approvvigionamento delle sue risorse energetiche fondamentali». Dunque annuncia la prossima tappa: «in Azerbaijan tra un paio di settimane». E proprio sui carburanti, torna a battere Giuseppe Conte rilanciando sul gas russo. «È più conveniente per le nostre imprese e i nostri cittadini», è la premessa pur sapendo che «in queste condizioni non sarebbe serio per l’Italia», poiché «non abbiamo un doppio standard nei confronti della Russia che ha aggredito l’Ucraina».









