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Midterm negli USA, Trump cola a picco nei sondaggi in tutti gli Stati chiave

Le divisioni demografiche e la replica della Casa Bianca

Midterm negli USA, Trump cola a picco nei sondaggi in tutti gli Stati chiave

A circa 18 mesi dall’inizio del secondo mandato presidenziale, i dati diffusi dalla House Majority Pac (un comitato elettorale democratico) e le rilevazioni condotte da Washington Post-Ipsos, delineano uno scenario politico particolarmente complesso in vista delle elezioni di metà mandato. Secondo quanto emerge da questi flussi di opinione pubblica, alimentati anche dal monitoraggio online continuo di Civiqs su una base di oltre 117mila elettori registrati, Donald Trump rischia concretamente di doversi confrontare con un Congresso spaccato e con una Camera che potrebbe passare sotto il controllo dei democratici. Su scala nazionale, l’indice di gradimento dell’operato presidenziale si attesta al 37%, a fronte di percentuali di disapprovazione che oscillano tra il 58% e il 61%, riflettendo un clima di diffuso malcontento. Al centro delle preoccupazioni dei cittadini statunitensi figurano in primo luogo il costo della vita e il pessimismo legato all’andamento dei negoziati con l’Iran, considerati cruciali sia per l’impatto sul prezzo del petrolio sia per l’obiettivo di impedire a Teheran lo sviluppo dell’arma atomica, al centro della campagna militare avviata alla fine di febbraio.

La geografia del consenso: roccaforti stabili ma margini ridotti

Analizzando la mappa politica degli Stati Uniti a distanza di un anno e mezzo dal giuramento del 20 gennaio 2025, emerge chiaramente come la struttura di fondo sia rimasta pressoché invariata: le roccaforti repubblicane continuano a sostenere il presidente, mentre le aree a forte trazione democratica confermano un’opposizione profondamente radicata. Tuttavia, a non essere rimasti uguali sono i margini. Se all’inizio del mandato Trump registrava ampi margini di vantaggio e un consenso netto fortemente positivo in gran parte degli Stati del fronte conservatore, oggi la situazione mostra segnali evidenti di erosione.

Nel cuore repubblicano, Stati come il Wyoming (con un gradimento netto di +24), il North Dakota (+18), il West Virginia (+16), l’Idaho (+14), l’Alabama e l’Oklahoma (entrambi a +14) e il South Dakota (+12) mantengono saldi positivi, ma le cifre risultano drasticamente inferiori rispetto ai picchi registrati al momento dell’insediamento, quando il Wyoming vantava un +47 e il North Dakota un +34. L’esempio più eclatante di questa flessione è rappresentato dal Kentucky, il cui indice di gradimento netto è letteralmente crollato da +23 a un perfetto pareggio pari a zero. All’estremo opposto, l’opposizione democratica nei grandi centri urbani e nelle roccaforti tradizionali rimane granitica: le Hawaii registrano il gradimento netto più basso del Paese con -59, seguite dal Vermont con -55, dal Maryland con -50, dal Massachusetts con -46, dalla California con -44, da Washington e dall’Oregon a -40, e da New York a -37.

La criticità degli Stati chiave e il peso delle variabili demografiche

Il vero campanello d’allarme per l’amministrazione arriva tuttavia dagli Stati considerati determinanti per gli equilibri del Congresso e della Casa Bianca, dove Trump risulta in svantaggio in ben diciotto Stati chiave. I dati evidenziano inversioni di tendenza clamorose: la Florida è passata da un solido +9 a un -12, l’Ohio da +8 a -11, il Nevada da una situazione di perfetto equilibrio a un -21, e la Carolina del Nord da 0 a -13. Come sottolineato da diverse analisi pubblicate da Newsweek, pur non trattandosi di deficit insormontabili, essi confermano una tendenza negativa nei territori che decideranno le sorti della maggioranza parlamentare.

A scavare un solco profondo nell’elettorato sono inoltre le divisioni demografiche e socioculturali. L’opposizione al presidente si concentra in modo massiccio tra i giovani: tra i cittadini di età compresa tra i 18 e i 34 anni appena il 24% approva l’operato della presidenza, mentre il 69% lo disapprova; nella fascia tra i 35 e i 49 anni i consensi si fermano al 29% a fronte di una disapprovazione del 64%. Fortemente critico è anche l’elettorato femminile, che esprime un parere negativo con un margine del 64% contro il 31%, mentre tra gli uomini si registra un sostanziale pareggio (43% di approvazione e 51% di disapprovazione). Anche il livello di istruzione incide profondamente: tra i cittadini in possesso di un titolo di studio universitario i favorevoli crollano al 25% contro il 71% dei contrari, mentre tra chi non possiede una laurea lo scarto si riduce al 41% di approvazione e al 54% di disapprovazione.

La reazione della Casa Bianca

Di fronte a questo quadro sondaggioso complesso e in vista del prossimo appuntamento elettorale, la risposta ufficiale della presidenza continua a rivendicare con forza la legittimità e la bontà del mandato ricevuto nel novembre del 2024. Ribadendo una linea comunicativa già utilizzata in passato per replicare alle domande sui cali di popolarità, il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle ha affermato che il sondaggio definitivo resta quello del 5 novembre 2024, ricordando che i quasi ottanta milioni di americani che hanno votato per il tycoon hanno confermato un mandato chiaro per il suo programma. L’amministrazione ha inoltre rimarcato che l’azione di governo prosegue sulla strada di un disegno politico popolare e di buon senso, i cui effetti continueranno a prodursi nel tempo indipendentemente dalle oscillazioni temporanee registrate dai sondaggisti.