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Mario Biondi, la voce italiana del soul in tour nei teatri: «Oggi sento il bisogno di raccontarmi davvero» – L’INTERVISTA

Vent’anni dopo Handful of Soul, Mario Biondi torna nei teatri italiani con un tour che è insieme celebrazione e punto di svolta. Sul palco, dove la sua voce trova ancora la sua dimensione più naturale, porta i classici che lo hanno reso riconoscibile nel mondo e i brani di Prova d’autore, il primo disco interamente…
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Vent’anni dopo Handful of Soul, Mario Biondi torna nei teatri italiani con un tour che è insieme celebrazione e punto di svolta. Sul palco, dove la sua voce trova ancora la sua dimensione più naturale, porta i classici che lo hanno reso riconoscibile nel mondo e i brani di Prova d’autore, il primo disco interamente scritto e cantato in italiano. È lì che – finalmente – il crooner catanese sembra aver deciso di scoprirsi un po’ di più. Senza rinunciare alla misura, ma lasciando filtrare qualcosa che prima restava in controluce.

Vent’anni dopo «Handful of Soul» festeggia un successo rimasto coerente. È mai stato tentato di tradire quel suono per inseguire qualcosa di più contemporaneo?

«Ho fatto un esperimento, Beyond, dove ho esplorato territori un po’ più pop. Però, anche volendo arrivare a qualcosa di più “nazional popolare”, probabilmente dovrei fare un corso specifico, capire davvero chi è l’ascoltatore medio. E non sono sicuro che sia quello che voglio fare».

Oggi, secondo lei, si ascolta davvero la musica?

«Non come prima. Una volta l’ascolto era quasi un momento religioso: silenzio, attenzione, si stava seduti. Era un tempo dedicato, pieno. Oggi succede meno. Poi però mi capita di ricevere messaggi da chi mi ascolta: feedback precisi, dettagliati, che capisco che quell’ascolto profondo esiste ancora. Altrimenti non potrebbero restituirmi certe sfumature».

Con «Prova d’autore» arriva finalmente l’italiano, dopo una vita in inglese. Che cosa ha significato per lei questo passaggio?

«È stato molto importante. Ne avevo una necessità fisica. Sentivo che era arrivato il momento giusto, anche per il ventennale. Era qualcosa che mi portavo dentro da tanto tempo».

Cambia il modo di usare la voce quando cambia la lingua?

«No, non credo. Alcune sonorità si perdono, altre si acquistano. L’italiano ha una storia musicale enorme, molto più vasta. La tradizione europea ha dettato legge per secoli. Anche Louis Armstrong diceva di aver sviluppato parte della sua musica grazie alla classica italiana».

È il suo primo progetto completamente scritto in italiano.

«È un lavoro molto intimo. Ho voluto spendermi totalmente per essere sicuro di raccontare quello che volevo, con tutti gli ingredienti giusti».

Che cosa voleva raccontare davvero?

«Il mio pensiero. Il modo in cui vedo le cose, anche nei momenti di scoramento o di gioia. La vita comune. Mi sono messo un po’ a nudo, senza troppe allegorie, senza troppo pudore».

Quest’anno è tornato al Festival di Sanremo come ospite. Com’è andata?

«Mi sono divertito moltissimo. Non essendo in gara avevo meno ansia da prestazione. E poi ho conosciuto questo giovane, Sayf: ho trovato una semplicità rara, un ragazzo per bene, con grande attenzione verso sua madre. Non è così scontato oggi».

Che idea si è fatto del livello musicale?

«In gergo direi flat, un po’ piattino come linea generale. Però con degli spunti interessanti. Io cerco di non aspettarmi mai troppo. Ascolto e basta. Quando ti aspetti qualcosa, rischi sempre di rimanere deluso».

I cantanti «veri» sono sempre meno. Si sente una specie in via d’estinzione?

«Sì… ma fino a un certo punto. Le mode vanno e vengono. Una volta dicevano che Lucio Battisti era stonato. Io mi arrabbiavo: “Ma che state dicendo?”. Però per qualcuno l’intonazione era quella di Claudio Villa».

Tornerebbe a Sanremo in gara?

«Ci ho pensato, mi sono anche proposto con Amadeus e Conti, ma sono stato gentilmente respinto. Sono abituato ai no: io sono arrivato al successo a 35 anni, quindi immagina quanti ne ho ricevuti prima. Non è che facciano piacere, ma li capisco. So di essere un outsider, di non fare musica facilmente omologabile al mainstream. E quindi è giusto che chi organizza abbia una sua visione. Non porto rancore a nessuno».

Si definisce un outsider. Oggi è più difficile restare indipendenti o essere riconosciuti dentro un sistema?

«Sono difficili entrambe le cose. Se sei dentro il mainstream rischi di essere uno tra tanti. Nel momento in cui scendi, è finita. Se invece stai fuori – come ho cercato di fare io – hai meno facilitazioni: meno radio, meno televisione. Però costruisci un pubblico che sa esattamente chi sei. Chi viene a sentire Mario Biondi sa cosa viene a cercare. E questo è un valore enorme».

A proposito di identità: il paragone con Barry White torna spesso.

«Sì, ogni tanto qualcuno lo tira fuori. Ma Barry White è Barry White. Intoccabile. Come dovrebbe essere ogni artista».

Lei ha portato avanti tante collaborazioni prestigiose, tra cui quella con i Pooh. Che cosa ha significato per lei?

«Li ascolto da sempre, per me sono stati compagni di adolescenza. Hanno segnato un periodo preciso della mia vita: le estati, la spiaggia. Mentre molti cantavano Battisti o Baglioni, io cantavo loro. Quelle voci, quegli incastri vocali… ci hanno stregato. Poi ritrovarmeli davanti, da adulto, è stato bellissimo. Non solo musicalmente: sono persone di una gentilezza disarmante. Parliamo di artisti che hanno venduto milioni di dischi, eppure hanno un’umanità fuori dal comune».

C’è qualcuno di loro a cui si sente più legato?

«A questa domanda non ti risponderò mai. Probabilmente direi una bugia. Posso dirti che Red è stato il primo contatto, poi Dodi… una volta mi disse: “Se canti Ci penserò domani ti faccio fare una statua a grandezza naturale nel quartiere Lame a Bologna”. Io l’ho cantata, ma la statua ancora non l’ho vista (ride, ndr)».

Per chiudere: c’è una canzone di «Prova d’autore» che sente più vicina?

«Fino in fondo. È quella che dà inizio a tutto. Mi rappresenta molto: il mio modo di essere, di pensare, anche di scrivere. Poi, come si dice, ogni scarafone è bello a mamma sua».

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