Per Lorenzo Marini le lettere non sono mai state semplici strumenti della parola. Da anni le sottrae alla loro funzione originaria per trasformarle in segni, immagini, opere. Ora, con «TypeArt», il suo alfabeto arriva sul corpo: 21 lettere diventano 21 abiti in seta presentati alla New York Fashion Week 2026. Più di una collezione di moda, un nuovo spazio espositivo in movimento, dove l’opera abbandona la tela e comincia a camminare.
Alla New York Fashion Week tutto sembra chiedere di essere fotografato, condiviso, desiderato. Lei ci ha portato delle lettere trasformate in abiti: che effetto le ha fatto vedere la sua arte entrare nel luogo dove l’immagine dura spesso il tempo di uno scatto?
«È stato emozionante e, in un certo senso, anche paradossale. Ho portato alla New York Fashion Week delle lettere che nascono da una ricerca lenta, sedimentata negli anni, e le ho viste apparire in uno dei luoghi più veloci dell’immagine contemporanea. Ma proprio in quella velocità è accaduto qualcosa di interessante: per il tempo di una sfilata le lettere non erano più segni fermi, erano presenze vive. Camminavano, cambiavano forma, incontravano gli sguardi. Ho parlato con molti fashion designer e ho capito che, per un artista, è forse più facile creare una collezione di abiti che, per un fashion designer, creare un’opera d’arte. Il mondo dell’arte è molto più grande, più profondo, più complesso. Quello della moda è un universo differente, con i suoi linguaggi, i suoi codici e le sue modalità. Una fotografia dura un istante, è vero, ma può fissare qualcosa che continua a lavorare nella memoria. La moda vive nel presente, mentre l’alfabeto viene da molto lontano. Farli incontrare significava mettere in relazione l’effimero e il permanente. In fondo, un abito passa; una lettera resta».
Lei ha tolto le lettere dalle parole, poi dai libri e adesso le ha messe addosso alle persone. Che cosa le mancava della tela che ha trovato nel corpo?
«Alla tela mancava il movimento. Sulla tela la lettera è immobile, mentre il corpo la costringe a vivere: la piega, la tende, la nasconde e poi la fa riapparire. Ogni passo modifica il segno e gli restituisce un tempo. Per molti anni ho liberato le lettere dalla funzione di comporre parole, per osservarle come forme autonome. Portarle sul corpo è stato un passaggio naturale: la lettera non è più soltanto qualcosa che leggiamo, ma qualcosa che possiamo abitare. Il corpo è una tela imprevedibile, perché non si limita a sostenere l’opera, la interpreta. E ogni donna, indossando uno di questi abiti, riscrive la lettera attraverso la propria personalità».
Ha trasformato 21 lettere in 21 abiti. Ma se dovesse vestire una donna con una sola lettera, quella che secondo lei contiene più mistero, sensualità o carattere, quale sceglierebbe?
«Sceglierei la S. È una lettera che non procede mai in linea retta: cambia direzione, sfugge, si avvicina e si allontana. Ha qualcosa del serpente, dell’onda e della silhouette femminile. Non si lascia afferrare immediatamente e forse proprio per questo contiene sensualità e mistero. Inoltre, se si poggia una S su un lago, diventa un cigno. È anche l’iniziale della parola sogno. La S non ha bisogno di dichiararsi: seduce attraverso il movimento. È già quasi un corpo prima ancora di diventare un abito».
Lei viene dalla pubblicità, il regno delle immagini che devono convincerci a desiderare qualcosa. L’arte, invece, dovrebbe poter essere inutile. Quanto è stato difficile smettere di sedurre il pubblico e cominciare semplicemente a esporsi?
«La pubblicità mi ha insegnato la forza della sintesi e la capacità di costruire immagini che entrano rapidamente nella mente. Ma la pubblicità deve condurre a una risposta, mentre l’arte dovrebbe lasciare aperta una domanda. Non credo, però, di avere mai smesso completamente di sedurre. La seduzione appartiene anche all’arte: è ciò che invita lo spettatore ad avvicinarsi. La differenza è che, nella pubblicità, la seduzione ha un obiettivo preciso; nell’arte può permettersi di non arrivare da nessuna parte, oppure di condurre ciascuno in un luogo diverso. La parte più difficile non è stata smettere di convincere, ma accettare di non controllare la risposta. Esporsi significa proprio questo: offrire una parte autentica di sé senza sapere se verrà compresa, amata o respinta. La pubblicità cerca il consenso; l’arte deve avere il coraggio del dissenso».
Adesso le sue opere camminano, vengono indossate, cambiano a seconda del corpo che le porta. Non ha paura che qualcuno guardi prima la donna, o l’abito, e soltanto dopo – forse mai – Lorenzo Marini?
«No, non ne ho paura. Anzi, sarebbe innaturale guardare un corpo che cammina e cercare per prima cosa la firma dell’artista. Prima viene la donna, poi l’abito, poi forse la lettera e, soltanto alla fine, il nome di chi l’ha immaginata. L’opera, quando è davvero viva, deve potersi allontanare dal proprio autore. Nel momento in cui viene indossata, non appartiene più soltanto a me: appartiene alla donna che la porta, al suo modo di camminare e allo sguardo di chi la incontra. Non mi interessa che il pubblico riconosca immediatamente Lorenzo Marini. Mi interessa che senta di trovarsi davanti a qualcosa che non aveva mai visto prima. Se l’opera riesce a vivere anche dimenticando per un istante il suo autore, significa che ha conquistato la propria libertà. Il mondo della pubblicità, quello che una volta era capace di fare miracoli e oggi porta con sé anche una certa stanchezza, tende a esaltare l’ego. Il mondo della moda, attraverso la bellezza e il risultato immediato, ha spesso come contraltare una dimensione narcisistica. Io non ho mai cercato il successo rispetto agli altri, ma il miglioramento rispetto a me stesso. Vorrei lasciare il mondo meglio di come sono arrivato: in fondo, la vita è una grande scuola. C’è una frase bellissima di Tagore: “Le stelle non si vergognano di sembrare lucciole”. Dobbiamo fare in modo di diventare grandi restando piccoli».
