di Giorgio Gosetti
(ANSA) – Ci sono cose che l’intelligenza artificiale non ci potrà restituire se non a prezzo di fabbricare dei falsi: una di queste è la voce e l’indimenticabile presenza “fisica” di Pino Colizzi, uno di più grandi maestri del doppiaggio che ha reso unico, per tante generazioni, il cinema italiano. Quella grande famiglia, silenziosa eppure familiare a tanti spettatori, che raduna i maestri del doppiaggio oggi lo ricorda con venerazione e affetto, come si fa per i maggiori caposcuola.
Di lui dice, a poche ore dalla notizia della morte, il collega Antonio Viola: «Era un poeta ed un gentiluomo Ottocentesco con un modo di pensare, parlare e di esprimersi che non ho mai sentito e mai sentirò dopo di lui». Nell’era, oggi giustamente esaltata, della versione originale e dei sottotitoli, troppo spesso dimentichiamo che quella del doppiaggio è stata un’arte insuperata in cui l’Italia è stata eccelsa e addirittura unica e che in questo pantheon di maestri, “Pino” è stata davvero uno dei più grandi.
Era nato a Roma, il 12 novembre 1937, ma ben presto si era trasferito con la famiglia a Paola e, forse per le radici foggiane della madre, aveva fatto le prime esperienze artistiche in teatro, a Bari. La sua famiglia aveva comunque nel sangue l’arte della scena (i Colizzi e i Ferzetti erano cugini) e così il giovane Pino si diploma all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico dove insegna Orazio Costa e nel 1960 si fa notare in palcoscenico (con Luchino Visconti in “Uno sguardo dal ponte”), in televisione (“Tom Jones” con la regia di Eros Macchi), al cinema con un paio di titoli a cavallo del decennio. È un attore giovane, di forte presenza scenica e per questo avrà in teatro buoni maestri come Elena Cotta e soprattutto Franco Zeffirelli (“Romeo e Giulietta”) o Giuseppe Patroni Griffi.
Ma il suo talento emerge in pieno all’inizio degli anni ’70 quando Bolognini lo chiama per “Metello” e Sandro Bolchi gli affida in tv il complesso ruolo di Vronskij in “Anna Karenina” al fianco di Lea Massari (1974). In quest’interpretazione, aria distaccata, baffetto sensuale, segreto tormento, fa valere tutta la sua duttilità d’attore e seduce la grande platea televisiva con la sua voce di velluto. Al piacere della recitazione Pino Colizzi non rinuncerà mai (lo abbiamo visto ancora nel 2015 in “Alaska” di Claudio Cupellini sul grande schermo), ma è nel buio delle salette di doppiaggio che si esalta con un virtuosismo senza pari.
Amato dagli americani, ricercato dai produttori italiani, ha portato nella nostra memoria la sua voce adattandola di volta in volta a star sempre diverse: Michael Douglas, Jack Nicholson, James Caan, Richard Dreyfuss, Omar Sharif, Christopher Reeve nei primi tre episodi cinematografici di “Superman”, Robert De Niro (nel secondo “Padrino”), Martin Sheen (“Apocalypse Now”), perfino Franco Nero e soprattutto Robert Powell nel “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli (in cui Colizzi è anche attore nel ruolo di Jobab).
La nota unica del suo lavoro è la capacità di aderire a caratteri e personaggi diversissimi senza mai perdere di vista la sua personalità che ce lo rendeva familiare fin dalla prima battuta pronunciata. Aveva smesso di calarsi nei panni degli altri nel 2010, ma continuava a dirigere il doppiaggio e, talvolta, a regalarsi qualche apparizione d’attore per dedicarsi invece, per lo più, a una discreta e colta attività letteraria. Era un uomo raffinato, un intellettuale innamorato del suo mestiere, una persona elegante e naturalmente gentile. Non si atteggiava ad artista, ma sapeva di esserlo e grazie a lui conserviamo la memoria di un’arte (la voce nel buio) che ha fatto scuola nel mondo e di cui, per merito di quelli come lui, l’Italia mantiene un primato mai eguagliato.










