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L’Islanda dice “no” all’Ue: il referendum spacca il Paese

Ciononostante, la premier Frostadóttir si è detta soddisfatta per l’alta affluenza, sottolineando l’importanza di rispettare anche quel 47%

L’Islanda dice “no” all’Ue: il referendum spacca il Paese

L’Islanda chiude nuovamente la porta a Bruxelles. Il referendum sull’opportunità di riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea – interrotti oltre un decennio fa – si è concluso con la vittoria del “No”, che ha conquistato il 52,5% dei voti contro il 47,5% del “Sì”. Il voto infligge una netta battuta d’arresto alla prima ministra socialdemocratica Kristrún Frostadóttir e alla sua coalizione di governo, nate alla fine del 2024. Ciononostante, la premier si è detta soddisfatta per l’alta affluenza, sottolineando l’importanza di rispettare anche quel 47% di elettori favorevoli all’integrazione.

L’esito delle urne evidenzia una profonda spaccatura geografica ed economica: la capitale Reykjavík ha votato a favore del ritorno al tavolo europeo (superando il 57% nel nord della città), mentre le aree rurali e costiere hanno bocciato l’iniziativa con picchi oltre il 60%. A pesare sul voto è stata soprattutto la gestione della pesca, che rappresenta quasi il 40% delle esportazioni nazionali. Gli oppositori, guidati da Guðrún Hafsteinsdóttir (Partito dell’Indipendenza), hanno difeso la sovranità sulle risorse marittime contro la Politica Comune della Pesca dell’UE. Al contrario, il fronte del “Sì” spingeva per l’adozione dell’euro e la stabilità economica, evidenziando il forte divario tra i tassi della banca centrale islandese (8%) e quelli della BCE (2,25%).

Nonostante l’Islanda rimanga fortemente integrata tramite lo Spazio Economico Europeo e l’area Schengen, gli elettori hanno preferito mantenere l’attuale modello: stretta cooperazione di mercato, ma piena sovranità sulle proprie risorse strategiche.