Mentre gli alleati, in qualche modo, glissano («c’è ancora molto tempo», dice Antonio Tajani) è Roberto Vannacci a tirare di nuovo in ballo tra il serio e il provocatorio l’ipotesi di Giorgia Meloni al Colle. «Meloni al Quirinale? Perché no, è una persona capace» osserva il generale spiegando di avere comunque anche propri nomi non politici e chiedendole inoltre di rivedere alcune delle sue posizioni e di imporsi sulle preferenze nella legge elettorale in Parlamento. Non è il primo richiamo che il leader di Futuro Nazionale fa alla premier a impegnarsi su questo punto che viene reiterato dopo poche ore: «il Parlamento tiri fuori gli attributi». E non è certo un caso se il generale tira ancora una volta in ballo la riforma del sistema di voto diventata, ormai, materia incandescente nel centrodestra.
La maggioranza, infatti, deve ancora trovare la quadra finale su alcuni punti del provvedimento a partire, appunto, da quello delle preferenze. I tecnici hanno ancora una settimana di tempo prima che, entro il 13 luglio, gli emendamenti siano presentati in Aula e, il giorno dopo, partano le votazioni. E l’input venuto nella riunione degli sherpa di maggioranza di martedì scorso, alla quale si sono collegati per un parte anche i leader, è quello di andare avanti. Ma l’impressione resta quella di un nodo più politico che tecnico con Lega ed FI che non hanno ancora sciolto i loro dubbi.
Intanto la variabile di Futuro Nazionale non fa che contribuire alla fibrillazione. Una variabile con la quale, forse ancora di più con la riforma messa in campo dal centrodestra (col premio che ha sostituito i collegi) la maggioranza dovrà confrontarsi. Ma il generale non lesina attacchi nei confronti degli alleati di FdI. «Forza Italia in Europa spesso vota col Pd noi siamo nati per dialogare col centrodestra», rivendica.
Si tratta, a ben vedere, di una situazione che potrebbe dare luogo a spinte centripete. Con Calenda che già prova a tentare gli azzurri e ha depositato un emendamento alla riforma elettorale per innalzare dal 42 al 45% la soglia oltre la quale le coalizioni si aggiudicano il premio. Una soglia sotto la quale, quindi, essendo abolito il ballottaggio, la distribuzione dei seggi è del tutto proporzionale.
