Si chiude oggi l’edizione 2026 di Pragmatica, il festival che quest’anno ha scelto come filo conduttore «Sotto pressione. Diritti, fragilità, opportunità». L’ultimo appuntamento è in programma alle 19 alla Cantina Fiorentino, con Lorenzo Bini Smaghi, economista di rilievo internazionale, già membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, che presenterà il suo libro Da soli. Gli europei alla prova di Trump nelle sfide dell’economia globale (Rizzoli).
Dopo gli incontri con Marta Cartabia e Valentina Petrini, dedicati alla fragilità delle istituzioni e delle persone, Pragmatica riflette stasera sulla fragilità dell’Europa: la sua esposizione alle tensioni geopolitiche, la vulnerabilità economica, la difficoltà di immaginarsi come soggetto davvero autonomo in un mondo attraversato da nuovi rapporti di forza. Bini Smaghi dialogherà con gli organizzatori Vittorio Aldo Cioffi e Alessandro Martines e anche con il guest speaker Leo Cisotta, manager e tra i fondatori di Italiacamp.
La crisi europea
Il libro di Bini Smaghi parte da un paradosso solo apparente: proprio Donald Trump, con le sue politiche, le minacce, i dazi e il linguaggio aggressivo verso gli alleati, potrebbe contribuire ad accelerare il processo di integrazione europea. Non perché lo voglia, ma perché costringe gli europei a guardare una realtà che hanno a lungo preferito rinviare: la dipendenza dagli Stati Uniti non è più una garanzia sufficiente.
La seconda presidenza Trump, nella lettura dell’autore, non è una parentesi destinata a chiudersi con il ritorno automatico al passato. Il cambiamento è più profondo e riguarda la nuova priorità strategica americana: il confronto con la Cina. In questo scenario l’Europa non occupa più il posto centrale avuto durante la Guerra fredda e nei decenni successivi. Per Washington diventa un interlocutore utile solo finché serve alla competizione globale con Pechino. Da qui il titolo, Da soli. Non come invito all’isolamento, ma come constatazione politica.
Gli europei devono affrontare da soli alcune delle questioni decisive del proprio futuro: difesa, economia, tecnologia, finanza, energia, welfare, ambiente. Nessun Paese europeo, preso singolarmente, ha il peso necessario per sedersi al tavolo delle grandi potenze. L’alternativa è tra un’Europa capace di agire come soggetto globale e una somma di Stati destinati a subire decisioni prese altrove.
La sfida dell’autonomia
Bini Smaghi individua il nodo non tanto nelle ricette, quanto nella volontà politica di realizzarle. I rapporti sulle riforme necessarie non mancano. Mancano invece la capacità di superare i veti nazionali, la disponibilità a condividere sovranità, il coraggio di trasformare l’Unione in uno strumento davvero efficace. È questa l’ipocrisia europea: lamentarsi dei limiti dell’Unione e difendere, nello stesso tempo, i meccanismi che la rendono lenta e fragile. L’autonomia strategica, per l’autore, non può restare una formula. Significa ridurre le dipendenze nei settori essenziali, dall’energia alla difesa, dalla tecnologia alla finanza.
L’Europa ha già dimostrato di poterlo fare quando ha costruito filiere industriali forti, come nel caso dell’aeronautica. Ma per competere con Stati Uniti e Cina servono imprese di dimensione globale, mercati finanziari integrati, decisioni comuni e una visione politica capace di andare oltre il calcolo dei singoli governi. Il libro si chiude senza indulgenza verso la nostalgia. Pensare che, finita la stagione di Trump, tutto possa tornare come prima significa non capire che il mondo è cambiato. L’Unione resta difficile da costruire, ma è l’unico spazio nel quale gli europei possono ancora difendere i propri interessi e la propria identità. In un tempo dominato dai rapporti di forza, l’Europa non è più soltanto un progetto ideale: è la condizione per non diventare irrilevanti.
