La volontà di andare avanti, possibilmente spediti, c’è tutta. Ma le idee sul come ancora non sono proprio chiarissime, tanto che la maggioranza si siederà di nuovo attorno a un tavolo, probabilmente già lunedì, per fare un punto sulle «autocorrezioni» da apportare alla legge elettorale. E stavolta i leader saranno accompagnati dagli esperti dei rispettivi partiti e da chi, in Parlamento, sta portando avanti la riforma e pure il tentativo, per ora ufficialmente respinto, di dialogo con le opposizioni.
Al momento per le minoranze il testo del centrodestra rimane «irricevibile». Ma gli accordi «si fanno in due», osserva il ministro Tommaso Foti. Avanzino proposte e si può discutere, insistono dal suo partito, mentre il presidente della commissione Affari costituzionali, l’azzurro Nazario Pagano, apre a «un comitato ristretto» per stabilire insieme le modifiche. Anche perché «le regole del gioco devono essere sempre il più condivise possibile», è l’auspicio del presidente della Camera Lorenzo Fontana.
Le difficoltà non stanno solo nella riuscita o meno di un coinvolgimento delle opposizioni. Se l’intesa di massima è stata confermata nell’ultimo vertice dei leader, sui dettagli ancora non c’è piena sintonia tra alleati. Anche perché restano giorni complicati per la maggioranza, che ancora deve assorbire del tutto il colpo del referendum sulla giustizia. E al caos delle ultime settimane c’è chi attribuisce sia gli incidenti in Parlamento come quello sulla nomina di un componente dell’ispettorato sul nucleare sia il battibecco continuo tra Salvini e il collega della Cultura Alessandro Giuli, che creerebbe non poca irritazione a Palazzo Chigi.
Sulla riforma, però, punti fermi comuni restano. A partire da una legge che garantisca «sia la rappresentanza sia la governabilità», puntualizza Lupi, ribadendo l’apertura al «dialogo con le opposizioni». Ma ad esempio la battaglia per le preferenze la sposano FdI e Nm, che dovrebbero presentare un emendamento. Lega e pure Forza Italia sul punto – che potrebbe invece raccogliere qualche consenso a sinistra – sono fredde assai. Ma il partito di Salvini e quello di Tajani sono distanti anche sulla proposta messa a verbale dagli azzurri: attribuire il premio in modo proporzionale dopo il voto, togliendo il listino.
C’è poi il nodo del «coordinamento tra Camera e Senato» oltre a quello dell’entità del premio di maggioranza, uno dei punti più contestati dalle opposizioni. «Ridurre i 70 deputati e i 35 senatori» è «un’ipotesi su cui la maggioranza potrebbe confrontarsi» dice ancora Pagano.









