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Legge elettorale, per Gaetano Quagliarello la nuove regole danno «più garanzie del Rosatellum» – L’INTERVISTA

Il confronto sullo «Stabilicum» riapre i nodi del premio di maggioranza, delle preferenze e del ballottaggio e si intreccia col premierato

Legge elettorale, per Gaetano Quagliarello la nuove regole danno «più garanzie del Rosatellum» – L’INTERVISTA

Storico delle istituzioni, professore alla Luiss e già ministro per le Riforme costituzionali nel governo Letta, Gaetano Quagliariello conosce da studioso e da protagonista politico il lungo cantiere delle regole italiane. Alla legge elettorale del 1953, passata alla storia come «legge truffa», ha dedicato uno dei suoi studi più importanti. Oggi, mentre il confronto sullo «Stabilicum» riapre i nodi del premio di maggioranza, delle preferenze e del ballottaggio e si intreccia con quello sul premierato, lo storico ed ex senatore guarda alla riforma partendo da una domanda antica: come tenere insieme governabilità e rappresentanza?

Professor Quagliariello, lei ha definito lo Stabilicum uno schema più lineare del Rosatellum, ma ha anche detto che va profondamente migliorato. Dopo mesi di discussione, qual è oggi il suo giudizio: questa legge riesce davvero a conciliare governabilità e rappresentanza o rischia di sacrificare la seconda alla prima?

«Il Rosatellum è stato un sistema elettorale improvvisato, nato in una situazione di emergenza per evitare che a scrivere la legge fosse la Corte Costituzionale con la sentenza che ha demolito il Porcellum. Non era stato pensato al fine di favorire la vittoria di uno schieramento. Nel 2022 il centrodestra prevalse nettamente solo perché il centro sinistra si spaccò addirittura in tre. A me non preoccupa che le urne non diano una maggioranza certa. Può accadere. Ritengo la categoria dell’“inciucio” politicamente barbara. Mi ricorda quella della “rottamazione” di renziana memoria. Il compromesso è parte della politica: poi ci sono i compromessi buoni e quelli cattivi. Mi preoccupa il fatto che i due principali schieramenti oggi siano in disaccordo su tutto tranne che sull’escludere la possibilità di condividere una responsabilità di governo. Ciò significa che bisogna provare, per il possibile, a evitare il pareggio se vogliamo che la stabilità di governo festeggiata qualche giorno a Bari divenga presto un ricordo. In tal senso, la nuova legge elettorale dà qualche garanzia in più del Rosatellum».

Lei ha dedicato uno dei suoi studi più importanti alla legge elettorale del 1953 ed è tornato recentemente su quella vicenda. Allora il premio avrebbe dovuto stabilizzare il centrismo di De Gasperi, oggi si torna a cercare stabilità attraverso un premio di maggioranza: che cosa ci insegna il 1953 sul confine oltre il quale correggere il proporzionale significa alterare eccessivamente la rappresentanza?

«Per quanto concerne la cosiddetta “disproporzionalità” basta seguire le indicazioni provenienti dalle sentenze della Corte Costituzionale. La legge in discussione, su quest’aspetto, non presenta criticità. Va poi tenuto presente che il contesto odierno è politicamente assai diverso da quello del 1953. Allora c’era solo lo schieramento “centrista” che avrebbe potuto superare la soglia. Inevitabile, dunque, prevedere un’asticella alta. Oggi vi è concorrenza effettiva almeno tra due coalizioni».

Sulle preferenze lei ha individuato il problema nella debolezza dei partiti, che preferiscono parlamentari scelti dai vertici e privi di una propria legittimazione elettorale. Non c’è allora una contraddizione nel voler rafforzare la governabilità lasciando però irrisolta proprio la crisi dei partiti e del rapporto tra elettori ed eletti?

«La buona politica è l’arte di creare il possibile anziché limitarsi a gestire l’esistente. Il possibile, però: non l’impossibile. Intervenendo sulla legge elettorale si può agevolare la governabilità del Paese; la forza dei partiti, invece, non si può determinare attraverso una legge. Sarebbe auspicabile ma, purtroppo, è impossibile».

Lei è stato a lungo sostenitore di sistemi istituzionali più forti e oggi invita invece a guardare con maggiore prudenza anche al premierato e al maggioritario, mentre Francia, Germania e Regno Unito mostrano difficoltà che un tempo sembravano soprattutto italiane. È cambiata la sua idea delle riforme o è cambiato il mondo nel quale quelle riforme dovrebbero funzionare?

«La mia idea di fondo non è cambiata. Ero e resto un sostenitore di sistemi basati sulla rappresentanza e il rispetto della sovranità popolare. Ero e resto sostenitore di sistemi che garantiscano effettiva libertà di scelta, trasparenza, competizione. Quel che è cambiato è il mondo e il suo rapporto con l’evoluzione tecnologica. Fino a qualche anno fa sistemi fondati su una buona componente di democrazia diretta, presidenzialismo, semipresidenzialismo, premierato, erano quelli che garantivano maggiormente i cittadini. E consentivano anche ai Parlamenti di essere parte integrante di uno spazio politico non delegittimato. Oggi l’evoluzione della tecnica sta provocando due effetti: da un canto sostituisce di fatto il mandato imperativo alla rappresentanza; dall’altro dà uno spazio sempre crescente alla disinformazione organizzata. Fin quando non si ricostruirà un quadro di garanzie sufficientemente solido, dunque, è molto pericoloso centralizzare le scelte più importanti, fissare delle elezioni “capestro” dalle quali dipenda tutto o quasi tutto».

C’è infine un criterio classico per giudicare una legge elettorale: bisognerebbe considerarla buona anche immaginando che favorisca il proprio avversario. Lo Stabilicum supera questa prova? E, più in generale, dopo trent’anni di riforme elettorali, l’Italia sta finalmente costruendo regole destinate a durare o sta preparando un’altra legge legata agli equilibri politici del momento?

«Affinché viga la condizione da lei fissata è necessario che non si consideri disastrosa la vittoria dell’avversario e questo è utile anche per avere una legge che possa durare. Purtroppo siamo lontani anni luce. Veda cos’è capitato con l’ipotesi d’inserimento del ballottaggio. Essa oggi potrebbe oggettivamente servire al Paese. Dopo la Sassonia dovrebbe essere ancora più chiaro. La sinistra l’ha sempre sostenuto ma appena si è registrata qualche disponibilità a destra, quella proposta è divenuta la peggiore ipotesi possibile. Un tempo, in politica, quando il dito indicava la luna c’era chi si lasciava illuminare. Oggi la quasi totalità guarda il dito».