La corsa verso la nuova legge elettorale si trasforma in una partita a scacchi interna alla maggioranza, dove ogni mossa rischia di far saltare il banco. A lanciare un chiarissimo avviso ai naviganti è la Lega che, per bocca del deputato e relatore del provvedimento Igor Iezzi, mette il veto sull’introduzione delle preferenze, ipotesi caldeggiata da Fratelli d’Italia tramite il capogruppo Galeazzo Bignami. «Se fossero approvate ci sarebbe un grosso problema», taglia corto Iezzi, ipotizzando addirittura l’affondamento dell’intera riforma.
Un segnale di stop che ha spinto il partito della premier a non presentare emendamenti a proprio nome alla prima scadenza. Una mossa interpretata dalle opposizioni come una via di fuga per evitare lo scontro, anche se i termini regolamentari slitteranno al 6 luglio, lasciando aperta la possibilità di una mediazione tecnica dell’ultimo minuto. Il ricorso al voto di fiducia per blindare il testo e azzerare i correttivi, inclusi quelli annunciati dai vannacciani di Futuro Nazionale, viene ufficialmente smentito dal centrodestra, che preferisce lavorare a limature su circoscrizioni Estero e fuori sede. Proprio sul voto dei fuori sede si registra uno stallo tecnico: si valutano soluzioni complesse come il seggio telematico, che solleva però dubbi sulla sicurezza cyber, o il trasporto fisico delle schede per garantire la segretezza nei piccoli centri.
Nel frattempo, le opposizioni affilano le armi per il dibattito in Aula. Il centrosinistra presenterà una serie di questioni pregiudiziali separate ma coordinate. Una strategia parlamentare mirata ad ampliare i tempi della discussione, come confermato dal deputato M5S Alfonso Colucci. Sul fronte dei piccoli partiti resta altissima la tensione per l’obbligo di raccolta firme: Riccardo Magi di +Europa attacca parlando di «agibilità democratica compromessa» e si appella al Colle, mentre i vannacciani, con Edoardo Ziello, si dicono pronti alla sfida delle urne.
