Un’infrastruttura lunga 1,4 chilometri, capace di trasportare fino a 3.000 passeggeri all’ora grazie a 15 imponenti piloni alti fino a 26 metri. È il controverso progetto della funivia destinata a collegare Gerusalemme Ovest a un maxi complesso turistico a Gerusalemme Est. L’impianto sorvolerà luoghi simbolici come il Monte Sion, il Monte degli Ulivi e il Giardino del Getsemani, per terminare la sua corsa nel quartiere palestinese di Silwan, all’ingresso del sito archeologico della Città di David. Annunciata nel 2017 dal premier Netanyahu e a lungo congelata, l’opera è stata rilanciata negli ultimi mesi dall’Autorità per lo sviluppo di Gerusalemme. Secondo l’ONG israeliana Emek Shaveh, la funivia non risponde a una vera esigenza di trasporto, ma punta a deviare i flussi turistici dagli accessi storici della Città Vecchia per consolidare il controllo dei coloni ed emarginare la popolazione locale. Gerusalemme Est è infatti considerata territorio occupato dal diritto internazionale dopo la guerra del 1967.
L’impatto sul territorio è drammatico per i residenti. A Wadi al-Rababa, nel quartiere di Silwan, la casa di Shadi appartiene alla sua famiglia da generazioni. Oggi, a causa dei piloni da installare sul suo terreno, l’area gli è stata confiscata e ha ricevuto un ordine di demolizione. Come lui, oltre 60 palestinesi rischiano di perdere la propria abitazione. L’opera ha sollevato dure proteste internazionali da parte di archeologi e architetti, che accusano il governo di voler stravolgere il paesaggio storico della città. Molte aziende estere coinvolte nella progettazione tecnica si sono ritirate nel tempo: dopo le società francese CNA e svizzera Histec, anche l’italiana Ropes S.r.l. di Bolzano ha confermato di aver abbandonato la consulenza. Nonostante i ricorsi respinti e le minacce di demolizione, gli abitanti di Silwan promettono di non arrendersi: “Resteremo sulla nostra terra”.
