Per decenni la lentezza della giustizia è stata una delle piaghe strutturali del Paese, capace di minare la fiducia dei cittadini e di allontanare gli investitori esteri. Oggi, però, i tribunali e le corti italiane stanno viaggiando a una velocità mai vista prima, smaltendo il contenzioso arretrato con un ritmo record. Sotto la spinta decisiva dell’Unione Europea e gli impegni assunti dai recenti governi, l’Italia sta progressivamente superando le sue storiche inefficienze. A fare da catalizzatore è stato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Per accedere alla quota dei circa 200 miliardi di euro destinati alla ripartenza post-pandemia, Roma doveva rientrare in rigidi parametri entro la scadenza del 30 giugno 2026. Gli obiettivi europei puntavano su due direttrici chiare: ridurre la durata media dei processi e azzerare la mole di quelli accumulati negli anni.
Il parametro fondamentale per calcolare l’efficienza è il disposition time, ovvero la stima dei giorni necessari a smaltire tutte le cause pendenti al ritmo attuale. L’Europa chiedeva di tagliare – rispetto ai dati del 2019 – la durata dei tre gradi di giudizio del 25% nel settore penale e del 40% in quello civile. Gli ultimi dati pubblicati dal Ministero della Giustizia mostrano un traguardo ampiamente superato. Nel penale la contrazione è stata del 38,8%, facendo scendere la stima media da quasi 4 anni (2019) a circa 2 anni e 4 mesi nel primo semestre del 2026. Risultati ancora più marcati si registrano nel civile, da sempre maglia nera del sistema: qui il disposition time si è ridotto di oltre il 50%, dimezzando i tempi e passando da 6 anni e 10 mesi a 3 anni e 5 mesi. Un cambio di passo epocale per la tutela dei diritti e l’attrattività dell’economia italiana
