«Tua figlia deve trovare la forza di allontanarlo, perché mio figlio non ce la fa». È con questa confidenza tra due madri che si apre il retroscena del femminicidio della 39enne Tania Terrin nel Veneziano, uccisa dall’ex compagno Dino Keber, 43 anni, poi toltosi la vita impiccandosi nel suo appartamento di Dolo.
A ricostruire il calvario di abusi e persecuzioni che ha preceduto il delitto è la madre della vittima, Mariella Forner, intervistata dal «Corriere del Veneto». La relazione tra i due era segnata da continue aggressioni, sfociate in ben sette denunce ai carabinieri e in un ammonimento del questore. Nonostante i gravissimi episodi accaduti nei mesi scorsi – tra cui un pugno a Pasqua e uno strangolamento fino alla perdita di sensi – all’uomo non era mai stato applicato il braccialetto elettronico. «Dino si era costruito un cappio e lo mostrava a mia figlia per manipolarla ogni volta che lo lasciava», spiega la donna.
Sabato sera, al rientro da un viaggio a Rimini, Keber ha raggiunto l’ex compagna nell’abitazione dove la donna si stava preparando per uscire. L’ultimo accesso su WhatsApp risale alle 23:45; il giorno successivo la madre, insospettita dai messaggi senza risposta, ne ha scoperto il corpo esanime sul divano in abito rosso, strangolato da Keber prima di suicidarsi.
Un tragico epilogo annunciato che spinge la madre a lanciare un lucido monito: «Alle donne che denunciano dico di fare subito le valigie e far perdere le proprie tracce. Senza la fuga, la protezione non esiste».
