Un minuto appena davanti alla Questura di Campobasso. Tanto è bastato per riaccendere i dubbi su uno dei casi più inquietanti degli ultimi mesi: il duplice avvelenamento da ricina costato la vita ad Antonella Di Ielsi e a Sara Di Vita. «È stato un fatto accidentale», ha detto Maria, 70 anni, madre di Laura Di Vita, intercettata dai cronisti dopo tre ore di interrogatorio. Poche parole e un vuoto enorme: alla domanda decisiva su come la ricina sia entrata in casa, la donna ha risposto secca: «Non lo so».
Intanto Laura, descritta come “serena”, è tornata a casa senza chiarire il motivo dei doppi interrogatori. La Squadra Mobile continua a raccogliere testimonianze tra familiari e conoscenti, mentre resta aperta l’ipotesi più grave: un duplice omicidio premeditato. La ricina, sostanza altamente tossica e difficile da rintracciare, sarebbe stata utilizzata da qualcuno che conosceva bene modalità e tempi d’azione. Un dettaglio pesa più degli altri: il veleno è stato trovato nei corpi delle due vittime ma non in quello di Gianni, elemento che complica ulteriormente la ricostruzione.
Tra le piste al vaglio c’è quella di una doppia esposizione. A sostenerla è l’avvocato Pietro Terminiello, legale di uno dei cinque medici inizialmente indagati. La prima contaminazione risalirebbe alla cena del 23 dicembre, consumata in casa da Gianni, Antonella e Sara. Assente la figlia maggiore Alice: il suo cellulare è stato sequestrato e oggi, 28 aprile, sarà sottoposto ad accertamenti tecnici.
La seconda fase potrebbe collocarsi il 26 dicembre. In mezzo, un passaggio oscuro: a Santo Stefano un conoscente con competenze sanitarie avrebbe somministrato flebo a domicilio. Le infusioni sono state confermate, ma resta da capire chi le abbia preparate e con quali sostanze. La casa è sotto sequestro e sarà sottoposta a nuovi rilievi della Scientifica, anche se gli investigatori temono che eventuali sacche o materiali siano già stati eliminati. Intanto slittano di un mese gli esiti dell’autopsia. La verità, per ora, resta lontana










