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Donne che sanno scegliere il meglio per loro. Anche dicendo dei “no” che stupiscono

Storie che ci insegnano che si può rinunciare a una notte di fuoco con Bruce Willis di quarant’anni fa per una ceretta

Donne che sanno scegliere il meglio per loro. Anche dicendo dei “no” che stupiscono

Ci sono storie che tieni lì, al caldo, perché non sai mai quando è il momento giusto per raccontarle. Poi arriva un pomeriggio in cui stai sfogliando vecchie interviste, rileggi un appunto su un taccuino ingiallito, e capisci che il momento è adesso. Storie di tentazioni e castighi, di occasioni perse e di occasioni che non avresti mai immaginato di perdere. Di donne che hanno detto sì e di donne che hanno detto no, e di come abbiano avuto ragione, ciascuna a modo suo. Di amore, insomma, nelle sue forme più imprevedibili e a volte più esilaranti.

La ceretta di Cenerentola

Comincio da una storia che Dalila Di Lazzaro mi ha raccontato ridendo, di quella risata un po’ amara di chi ha visto cose che non dimentica. Dalila è una delle donne più belle che abbiano mai messo piede su questo pianeta: Andy Warhol la volle nella sua Factory a diciassette anni, Alain Delon la amò, Gianni Agnelli le andò a fare un caffè a casa, quando abitava vicino a Piazza di Spagna.

Un bel giorno arriva l’invito: festa a Parigi, riservato e personalissimo. Tra gli invitati anche Bruce Willis nel suo momento d’oro. L’amico di turno diceva al telefono a Dalila: «C’è Bruce Willis, ti rendi conto? Saremo al massimo in trenta, vieni sola, vedrai sarà molto carino». Lei non ci pensa due volte, ma a una festa non ci si va mai da sole, e così chiama Alba Parietti.

In treno, parsimoniose, pensione centrale ma economica, baguette al bar, un’occhiata alle vetrine di Avenue Montaigne. E una terza amica: una Cenerentola, impiegata di Milano, di quelle amiche vere che ti vogliono bene senza secondi fini.

Alla festa Bruce era come sempre: il labbro umido, la mascella che pare disegnata, la bottiglia di vodka afferrata come un’arma. Dalila si fa intrigante con quell’aria da chi se ne frega. Alba accavalla le rotule abbaglianti. Bruce le guarda tutte e due, le studia, le ammira. Poi vede Cenerentola e sceglie lei. K0 tecnico.

Dalila e Alba escono nella foschia parigina a filosofare. «Gli uomini non vogliono rotture di scatole e noi le rompiamo parecchio», dice Alba. «Per loro a volte è meglio una ragazza semplice che s’adatta a tutto». Poi sentono una voce che le chiama: è Cenerentola, che le raggiunge di corsa.

«Bruce era molto carino. Gli piacevo, m’ha anche chiesto di dormire con lui.»

«E allora?».

«Non potevo andare».

«Perché?».

«Perché non mi sono fatta la ceretta».

Ecco il castigo. Non di Bruce Willis, che quella sera aveva ottenuto quello che cercava. Il castigo era riservato all’amica per il resto dei suoi giorni: che cosa avrebbe potuto raccontare in ufficio il lunedì? Che era andata a Parigi con Dalila Di Lazzaro e Alba Parietti, per una cena con Bruce Willis, che lui le aveva fatto la corte e lei non ci era stata perché non si era fatta la ceretta.

Oggi Bruce Willis non è più quell’uomo. Nel 2022 la famiglia ha annunciato la diagnosi di afasia, poi la malattia si è rivelata ancora più pesante: demenza frontotemporale. Un uomo che ha fatto tremare i cattivi di mezzo Hollywood, che quella notte a Parigi faceva girare la testa a tre donne di talento, oggi non ricorda.

Virna e lo schiaffo a Sinatra

Non tutte le tentazioni finiscono con il rimpianto. Alcune dei migliori «no» li ho sentiti raccontare da Virna Lisi. Era a Hollywood, nel pieno del suo momento americano, quando Frank Sinatra cercò di baciarla. Quel «piccoletto impertinente», come lo chiamava lei con quella sua ironia elegantissima, dava per scontato che un’attrice davanti a lui potesse solo dire «prego, si accomodi»: erano gli occhi blu che trapassavano la cinepresa, era la voce che faceva sciogliere mezzo mondo.

Virna invece gli tirò uno schiaffo sulla bocca, come si fa con i bambini quando dicono una parolaccia. «Con mio marito Franco non c’era gara» mi disse. Franco Pesci, che l’aveva conquistata regalandole un barboncino mentre lei recitava a teatro, che l’aveva amata permettendole di essere libera, di recitare, di sognare. Per tornare da lui aveva pagato una penale salatissima: a Hollywood avrebbe dovuto restare sette anni e invece ne era rimasta solo tre.

Virna aveva detto no a Frank Sinatra, no a Barbarella di Roger Vadim (e lui ripiegò su Jane Fonda), no ad A 007 dalla Russia con amore (e il ruolo andò a Daniela Bianchi), no a Hugh Hefner di «Playboy», che avrebbe pagato oro per ogni centimetro scoperto della sua pelle. Ogni no era costato qualcosa, ma ogni no era anche una dichiarazione d’amore verso l’uomo che l’aspettava a Roma. È morta nel sonno nel dicembre del 2014, un mese dopo aver saputo del cancro ai polmoni, dopo cinquantatré anni con l’uomo della sua vita. Credo che i «no» che aveva detto non le pesavano per niente.

Valeria e Albertone

C’è una storia che mi commuove ogni volta, ed è quella di Valeria Marini e Alberto Sordi. Quando Valeria mi parla di lui sembra la nipotina che ricorda il nonno speciale: «L’ho amato, di un amore intenso, puro. Lo avrei sposato senza nemmeno pensarci. Ero estasiata quando gli parlavo, era un artista pazzesco, ma era anche un uomo pazzesco, di un fascino che aveva quasi una sua luce».

Sordi la volle per Incontri proibiti, il suo ultimo film da regista. Aveva valutato Sabrina Ferilli, Monica Bellucci, Manuela Arcuri, ma tornava sempre al nome di Valeria. La trovarono a Los Angeles, dove studiava inglese. «Prima mi ha chiamato mia madre, poi Paola Comin, l’assistente di Sordi. Non potevo crederci: Alberto voleva me». Sul set, Sordi la chiamava «signorina Federica», con il nome del personaggio, e a un certo punto le gridò: «Sta’ attenta al camion!». Non era nel copione: aveva solo paura che andasse davvero a sbattere. Lui aveva settantasette anni, lei era solare e felice di stargli accanto. Paola Comin ricorda che sul lavoro Sordi era severissimo, ma poi a tavola si rilassava. «Non pretendeva nulla di più, perché Alberto era un grande signore».

«Un principe», conclude Valeria. «L’ho amato di un amore totale, platonico. Un’anima così grande va oltre la carnalità. Ancora oggi quando parlo di lui uso il presente».

Monica, gli scogli e il rispetto

Quando è mancata Monica Vitti se ne è andato un pezzo d’Italia, un pezzo della mia vita. Erano gli anni Ottanta e prendevo il sole con lei e Roberto Russo, suo marito, sugli scogli di Punta Volpe, a Porto Rotondo, in Sardegna, a casa di Marta Marzotto, che ogni mezzogiorno preparava una tavola per un numero imprecisato di ospiti. Lina Wertmüller e il marito Enrico Job, Nori e Sergio Corbucci il regista, e poi di passaggio Monica e Roberto. Io ero giovane e un po’ cretinetti, e manco mi vedevano, ma quando Monica scoprì che ero giornalista si spaventò: «Mamma mia, con tutto quello che ho detto». «Tranquilla» la rassicurai, «sono ospite come te: si parla, ma poi si tace».

Parlava per ore, solo lei, fino a farti sanguinare le orecchie. Ma era come vedere un bel film. Poi agli inizi del 2000 Monica è uscita dalle nostre frequentazioni. «È tornata come bambina» mi diceva Marta con pietà. Si era ammalata di una malattia forse degenerativa, non so, non ho mai voluto chiedere: la tentazione di sapere, di chiedere, di indagare, a volte va lasciata perdere. Il mio film preferito di Monica? La ragazza con la pistola. Forse ha fatto più lei con le risate che ci ha regalato che cento manifestazioni femministe.

Nicola e Mara, la storia più bella

Di tutte le storie che ho raccolto in questi anni, quella che mi scalda di più il cuore è quella di Nicola Carraro e Mara Venier. Non perché sia la più clamorosa: è la più semplice. Due persone che hanno vissuto tanto, che a un certo punto si sono trovate a cena grazie a Melania Rizzoli e hanno capito che quella era la storia giusta.

Conosco Nicola da ragazzo, mi piace dire che era il mio padrone: quando ho iniziato a lavorare alla Rizzoli, la casa editrice rea di suo padre Giangerolamo Carraro. Poi Nicola ha venduto la sua parte, ha aperto la Sperling & Kupfer, è diventato produttore cinematografico (suo il Ratataplan di Maurizio Nichetti), si è sposato con una principessa ora scomparsa, ha avuto tre figli, ha chiuso con il lavoro, è andato all’estero. «Mi mancava l’Italia» mi dice. E così è tornato, e ha trovato Mara.

I legami non sembravano tanti sulla carta: lui figlio di una delle famiglie più importanti di Milano, lei figlia di un ferroviere. Lui che nasceva con la camicia di seta, lei che a diciassette anni, già mamma, si arrabattava vendendo abiti. «Invece abbiamo gli stessi interessi: gli amici, le compagnie, le mangiate, le risate». In vent’anni avranno litigato due volte, per le vacanze. Lui la filma in ciabattone mentre pulisce il terrazzo e pubblica tutto senza pietà. «Ma è quella la Mara vera» mi dice. «Fatta di niente e di tutto, di un sorriso, di capelli fermati alla meno peggio, con la scopa in mano. Di dive ne ho incontrate tante, ma lei non ha bisogno di farlo. Lei è il mio sole. Il mio amore».

Le ragioni del cuore

Tentazioni e castighi, dicevo. Ma la verità è più semplice: le storie più belle sono quelle in cui qualcuno sceglie senza calcoli. Cenerentola scelse la ceretta. Virna scelse Franco. Valeria scelse di amare Sordi senza chiedergli niente. Monica scelse il silenzio. Mara scelse Nicola, e lui scelse lei. A modo loro, avevano tutti ragione.