Home » L’Edicola per l’Italia » Dietro al vittimismo a volte si nasconde la voglia di coprire se stessi e i propri sbagli

Dietro al vittimismo a volte si nasconde la voglia di coprire se stessi e i propri sbagli

Dai fatti di Milano a quelli in Francia, fino alle centinaia di uomini che usano violenza contro le compagne. La giustificazione è sempre la stessa

Dietro al vittimismo a volte si nasconde la voglia di coprire se stessi e i propri sbagli
Qui, Luisa Ranieri, 52 anni. Sopra, Fedez (Federico Lucia, 37) e Giulia Honegger, 24; Ghali, 33. In alto a destra, Luca Marinelli, 42 (anche come Mussolini). A destra, Marracash (Fabio Bartolo Rizzo, 47 anni). Nei riquadri, Giuseppe Cruciani, 60 e Miriam Leone, 41 dai social

«Siamo poveri, lottiamo contro il carovita e ci siamo presi quello che ci negavano».

«Siamo scesi in piazza per “far sentire la nostra voce” contro lo Stato che ci ignora, contro il carovita».

Ma molti hanno ammesso di averlo fatto semplicemente per «fare casino», riprendendosi con lo smartphone per ottenere visualizzazioni, hype o potere sociale.

Disagio giovanile?

Solo in Puglia si contano a migliaia i danneggiamenti, i furti e gli atti vandalici. Spesso si sente dire: «Disagio giovanile». Povere vittime? Eppure questa è la giustificazione di molti ragazzi che si sono riversati nei centri città seguendo lo slogan: «Sfascia, prendi e scappa». Quel «prendi» poteva essere sostituito con il più appropriato «rapina», ma pareva brutto, anche per chi, passando davanti al negozio di Rick Owens a Milano, gridava: «Ricchi di merda, torniamo e vi sfasciamo il negozio». Alcuni hanno preferito rinverdire un linguaggio da contestazioni anni ’70 con “esproprio proletario”, d’altra parte come si fa a tirare a campare senza le sneaker di Michael Jordan o l’ultima polo di Lacoste?

Ma certi slogan sembrano meno violenti se lo si dice sentendosi vittime, non ci si ritiene condannabili.

Arma con la quale si può tutto

Già, il vittimismo è vissuto come un’arma con cui si può fare tutto. Per quei «poveri ragazzi» degli scontri è un dito dietro il quale nascondere la frustrazione di non portare un orologio come quello indossato da Fedez.

Leggo su Fanpage.it che si tratta di un Richard Mille RM 65-01, il cui valore di mercato è stimato tra i 380 e i 540 mila euro.

O la frustrazione di non poter indossare l’abito portato da Ghali, che ha sfilato durante Vogue World Milano indossando un abito metallico firmato Gucci. Un completino fuori produzione, fatto per lui, ma mi dicono che i completi standard da uomo Gucci si aggirano oltre i 3.000 euro.

In pratica, un carabiniere semplice, di quelli presi a sassate da chi ha «preso», che guadagna circa 1.300 euro netti al mese (su 13 mensilità), dovrebbe lavorare tre mesi per comprarselo.

Eppure i giovani che hanno compiuto atti vandalici, una volta scoperti, arrestati o fermati, hanno ribaltato i ruoli (tutti pentiti, ovviamente), dipingendosi come «le vere vittime» del sistema, degli adulti, delle forze dell’ordine e della politica.

Vittimismo, malattia infantile dell’egocentrismo: mettere se stessi e la propria sofferenza sempre al centro dell’attenzione. E sono stati in molti a giustificare chi non è giustificabile, come il già citato Ghali, grande artista, sensibile, con una storia personale forte (per anni, figlio di un padre problematico, ha dormito con la madre, tunisina, che l’ha cresciuto da sola).

Ghali aveva scritto su Instagram: «A tutti i ragazzi che scendono in piazza, a quelli che hanno il coraggio di affrontare discorsi scomodi… Continuate a lottare per ciò in cui credete».

Poi ha corretto il tiro, precisando di condannare la violenza e chiedendo di scindere i violenti dai manifestanti pacifici. E, in questo, ha avuto ragione, ma solo dopo.

Condannare le violenze, ma non i violentatori?

Il fatto è che considerare quei ragazzi vittime porta molti a condannare le violenze, ma mai i violenti, e a ignorare le vere vittime, coloro che hanno subito le conseguenze delle loro azioni.

Parlo di commesse che, terrorizzate, si sono dovute chiudere in bagno mentre fuori, nel negozio, era l’inferno; parlo del guardiano del supermercato preso a bastonate perché stava facendo il suo lavoro; parlo del padre di famiglia corso nella sua focacceria perché dentro c’erano moglie e figlie mentre fuori i «maranza» rompevano i vetri della loro attività. Le vittime, quelle vere, sono altre.

Mentalità della vittima

Il vittimismo, purtroppo, ormai è una sorta di tendenza che viene spesso utilizzata da chi non raggiunge certi obiettivi e dà la colpa ad altro.

A volte hanno anche ragione, ma lo stesso Marracash, che ha espresso solidarietà ai ragazzi che hanno devastato Milano («Con le buone non cambi le cose») e che, come Ghali, ha fatto retromarcia, nel suo album È finita la pace aveva pubblicato un brano intitolato proprio Vittima.

Era una durissima critica, sociale e psicologica, alla «mentalità della vittima». Analizzava la tendenza delle persone a incolpare sempre fattori esterni invece di assumersi le proprie responsabilità. Marracash non ha sempre ragione, perché a volte i fattori esterni sono veramente determinanti.

Nessuna precisa solidarietà

Chiedetelo, per esempio, ai commercianti che probabilmente rischiano di fallire perché hanno subito danni per più di 200mila euro. Già, perché non sono stati devastati solo i negozi della grande distribuzione, ma anche quelli di gente che con fatica ha aperto una pizzeria, una gelateria, una boutique.

Eppure perfino Fedez, che ha condannato le violenze e criticato Marracash e Ghali, non ha espresso una precisa solidarietà con le vere vittime, sottolineando che i ragazzi hanno sfondato le vetrine «Per quello stile di vita che è nelle nostre canzoni».

Vittimismo ideologico

Passiamo ad altro, ad altri aspetti del vittimismo. Giuseppe Cruciani, anima de La Zanzara e opinionista a Mediaset, ha accusato l’attore Luca Marinelli di «vittimismo ideologico»: l’attore, pure bravissimo, disse che per lui era stato terribile dover interpretare Benito Mussolini nella serie M. Il figlio del secolo.

Una fiction andata in onda su Sky e su NOW e ora visibile su La7. Marinelli al Corriere della Sera aveva detto: «Non mi volevo avvicinare a Mussolini e purtroppo ho dovuto farlo. Questa sospensione del giudizio è stata abbastanza dolorosa per me e ha reso questo il personaggio più difficile da interpretare per un discorso di etica».

Insomma, si è ritrovato «volontariamente» vittima di una scelta lavorativa che gli ha causato un dolore estremo, anche se non è che tutti i ruoli debbano essere quelli del buono, bravo e bello. Per un attore, prima o poi, capita di interpretare il cattivo di turno, l’assassino, il violento.

Certo, un fondo di verità rimane sempre: non è che uno si inventa di vivere in una situazione di disagio. Chi riesce a esprimerlo spesso incontra il sostegno e l’accoglienza di chi ha provato le stesse emozioni o le ha viste vivere da altri.

«Cintura nera di disagio»

Ultimo, per esempio, è un grande cantautore, e seguito da milioni di fan. Qualcuno lo ha definito «cintura nera di disagio» oppure «la più grande star dell’era del vittimismo». Ultimo è semplicemente sincero, un ragazzo che ha messo nella sua musica ciò che ha vissuto, le sue fragilità, le sue ferite e le ha trasformate in canzoni che aiutano chi ascolta a sentirsi meno solo.

Tradotto in maniera molto antipatica, e non è il mio pensiero, è il concetto del «mal comune mezzo gaudio»: se tutti hanno lo stesso problema, ci si sente meno soli.

E ti sembra meno terribile quello che ti è capitato, perché è capitato anche ad altri e quindi lo accetti. E questo vale anche per i diritti.

«Donne, bisogna fare di più»

Luisa Ranieri, donna che non ha nemmeno bisogno di essere presentata, grande attrice, con una famiglia splendida e un marito bravissimo come Luca Zingaretti, parlando di donne dice: «Il vittimismo non serve: bisogna fare di più».

Tradotto: certo, oggi e soprattutto ieri essere donne può essere uno svantaggio. Gli uomini hanno una via privilegiata? La loro autorevolezza viene riconosciuta molto prima? Bene, faremo più fatica, ma ce la faremo anche noi. È questo, un po’, il suo messaggio, aspettando e sperando che gli uomini comincino a essere meno superficiali nel giudicare le loro colleghe.

È un dato di fatto, visto che le donne in Italia guadagnano meno degli uomini a parità di mansione.

Ci si mette pure il bullismo

Chi più, chi meno, poi, è stato vittima di bullismo, un fenomeno sociale molto più diffuso di quanto si possa credere, e non solo nel mondo della scuola, ma anche in quello del lavoro.

Attrici come Miriam Leone o Jessica Alba hanno raccontato che in passato erano state vittime di bullismo.

Queste confessioni, a mio parere estremamente utili, sono state persino criticate: sono state accusate di enfatizzare i disagi passati per poter parlare di sé stesse e affermare ulteriormente la loro posizione di assoluto privilegio, posizione assolutamente innegabile.

Persino le donne, quando denunciano di essere state vittime di stalking o di violenza di genere, sono inevitabilmente sospettate di strumentalizzare il sopruso subito. È successo persino a Wanda Nara e Sophie Codegoni, che hanno avuto momenti davvero difficili con i loro partner. Non si sa come andrà a finire, anche perché ci sono questioni legali in ballo, ma rimane aperto il dubbio: vittime o persone che hanno utilizzato il loro vittimismo come arma?

Vittime di una società ingiusta, tornando ai ragazzi che hanno devastato le città, oppure ragazzi che giustificano con il vittimismo il fatto di aver voluto seguire un input dei social e correre in centro a rubare dalle vetrine ciò che altri avevano sognato?

Mi ricordo che mio nonno diceva sempre una cosa: ricordati di non fare mai la vittima se non lo sei veramente. Il colpevole sei tu.