Il cinema l’ha trasformata in un mito erotico. Lei ha passato una vita a ricordare che era molto di più. Da Histoire d’O a James Bond, Corinne Cléry ha attraversato fama, desiderio e pregiudizi senza mai rinunciare alla sua indipendenza. Oggi, premiata al Marefestival Salina Premio Troisi, si racconta: «Il mio cervello? Non lo concedo a nessuno».
Madame Cléry, oggi riceve il Premio Troisi, nella memoria di un attore capace di trasformare la fragilità in poesia. Nella sua vita, quando ha capito che la fragilità poteva diventare anche una forza?
«Da bambina ero già bella tosta. Poi, crescendo, ho scoperto anche la fragilità. L’ho capita abbastanza tardi, come succede a molti. Se la usi solo per lamentarti, fa danni. Se invece la guardi bene, ti aiuta a capire dove sbagli e a diventare più forte di prima. È quello che cerco di fare io».
Il festival si svolge nell’isola in cui è stato girato Il Postino, un film sulla parola, sull’amore, sull’attesa. C’è una parola che oggi sente davvero sua?
«Indipendenza. E coraggio. Sono due parole che mi stanno addosso. A diciassette anni e mezzo mi sono sposata, poco dopo ho avuto un figlio, poi ho divorziato. A quel punto ho capito che la mia indipendenza – di testa, culturale, economica, lavorativa – era la mia forza. La libertà costa. E per essere liberi ci vuole coraggio».
Qual è stato il prezzo di quella indipendenza?
«Non so se lo chiamerei prezzo, perché per me rimboccarsi le maniche, non dipendere da nessuno è sempre stato vitale. Il problema è che gli altri, a volte, scambiano il tuo desiderio di indipendenza per brutto carattere o arroganza. Io non sono arrogante e non ho un brutto carattere. Sono determinata a non farmi mettere i piedi in testa. E questo puoi farlo davvero solo se sei indipendente economicamente. Per esserlo devi lavorare tanto e comportarti bene, perché altrimenti le cose ti si rigirano contro. Non è facile. Ma io ce l’ho fatta».
Indipendenza e amore possono stare insieme?
«Se accanto hai un uomo intelligente, sì. Altrimenti l’indipendenza diventa competizione. E in una coppia non dovrebbe esserci competizione, ma alleanza: aiutarsi, sostenersi, esserci. Il problema nasce quando un uomo non è all’altezza e vive l’indipendenza di una donna come una sfida. Mi è capitato. Anche in famiglia. E lì fa più male, perché da certe persone non te lo aspetti».
Tutti la chiamano ancora icona, Bond girl, sex symbol. Lei chi sente di essere oggi, quando nessuno la guarda?
«Non mi sono mai sentita un’icona. Ho sempre vissuto una vita abbastanza normale. Da un giorno all’altro sono diventata famosa nel mondo con Histoire d’O, ma io sono rimasta Corinne. Semplice, normale. Faccio sempre tutto d’impeto e rifarei tutto. Però non mi sono mai sentita una diva, né un sex symbol. Lo dicono gli altri, ma a me non interessa. Anzi, chi cerca di diventare mio amico facendomi troppi complimenti parte malissimo. I veri amici sono quelli che mi prendono senza trucco, quando esco dalla ginnastica, quando cucino all’ultimo momento, quando cambio idea. Non perché faccio la diva, ma perché sono una persona normale, con i suoi alti e bassi».
Lei ha detto che esiste una differenza tra Corinne e Corinne Cléry. Corinne Cléry appartiene al cinema, alle copertine, forse anche al desiderio degli altri. Corinne a chi appartiene?
«Solo a me stessa. Sono arrivata a un punto della vita in cui sono diventata più diffidente. Questo mondo mi fa paura: violenza, ipocrisia, truffe, persone usate come se non avessero un cuore. La gente oggi mi sembra un po’ senza cuore. Mi tengo fuori da tante cose, anche dagli uomini. Diciamo che la boutique l’ho chiusa (ride, ndr)».
Definitivamente?
«Ma sì, basta. La mia più grande conquista è stare bene da sola. Quando una donna ci riesce, ha vinto. E diventa anche difficile conquistarla. Se poi arrivasse una persona molto più intelligente di me, molto preparata, disponibile a conoscere Corinne e a lasciar perdere Corinne Cléry, magari potrei aprire uno spiraglio. Altrimenti non sento proprio il bisogno».
Cosa vede nei rapporti umani moderni che la spaventa?
«Tanto calcolo. Tutto è premeditato: c’è sempre un interesse, un ritorno, qualcosa che può fare comodo. Rispetto agli anni Sessanta e Settanta mi sembra cambiato tutto. Molti giovani non hanno empatia, non conoscono il batticuore, il desiderio, l’attesa. Una volta si faceva la corte. Oggi spesso un “no” viene vissuto come un affronto. E questo è terribile. Poi, certo, anche molte donne hanno messo così tanti paletti che gli uomini hanno paura. È tutto più complicato, più rigido, meno naturale».
Torniamo alla sua carriera. Histoire d’O le ha dato fama mondiale, ma anche un’etichetta pesante. Come l’ha vissuta?
«Se non sai gestirla, un’etichetta così può essere pesante e anche dannosa. Io però sono una battagliera. A venticinque anni andavo nelle radio, a Parigi, a discutere con i giornalisti. Li affrontavo. Mi sembravano stupide certe polemiche. Le femministe dicevano: “Si denuda così”. Ma Histoire d’O veniva da un libro famoso e raccontava anche una storia di libertà. Poi è meglio far vedere due chiappe senza volgarità, se hanno un senso nella storia, piuttosto che fare finta. Io mi sono difesa. L’unica cosa che ho fatto è stata dire no al secondo Histoire d’O. Perché lì sì, sarebbe diventata un’etichetta».
È vero che suo padre, quando seppe della possibilità di quel film, le disse: «Perché vogliono proprio te, che non sei sexy»?
«Sì, è vero. Mi fece ridere».
Non si offese?
«Non mi offendo mai, anche perché me l’ha insegnato proprio mio padre. Da ragazzina avevo un fratello più grande e la battaglia era anche per andare in bagno. Lui si metteva nel corridoio, sdraiato sul letto, con il fucile a piombini, e mi sparava. Io mi difendevo, tiravo di tutto. Non andavo da papà a lamentarmi. Ho imparato presto a difendermi. È stata una grande lezione. Poi mio padre è diventato il mio più grande alleato. Quando mi disse quella frase, gli risposi: “Papà, diglielo tu. Io non so nemmeno che cosa voglia dire essere sexy”».
Non lo ha capito nemmeno oggi?
«No. Non so cosa voglia dire. Piacere agli uomini in un certo modo? Avere un atteggiamento? Io non ho atteggiamenti. Quando vedo donne che si atteggiano troppo, le trovo ridicole. A volte guardo una donna e penso: che charme. Quello sì. Ma non so che cosa sia in me. Non so come mi siedo, non so come cammino. Continuano a dirmelo, non lo trovo offensivo, però non lo prendo sul serio».
Quando una donna molto bella si spoglia sullo schermo, spesso il pubblico pensa di conoscerla. Ha mai avuto la sensazione che gli uomini confondessero il suo corpo con la sua verità?
«No, e poi a me non dà fastidio che un uomo mi guardi. Mi piace, se non è volgare. Sono di un’altra generazione. Quando sono arrivata a Roma, nel 1971, avevo ventun anni. Ero carina, ma per me era normale: non pensavo di dovermi nascondere. Mi vestivo come volevo. Ero parigina, forse più femminile, con la camicia aperta. Ma non cambiavo per gli altri. In Sardegna stavamo in topless perché era normale: uno stile di vita, non una provocazione. La libertà è anche sapere dove puoi fare una cosa e dove no. Se non lo sai, devi stare a casa».
Poi è entrata nel mito di James Bond. Che ricordo ha di Roger Moore? Seduttore, gentiluomo, star irraggiungibile?
«Assolutamente gentiluomo. Non era un seduttore. All’epoca era sposato con una donna italiana meravigliosa, Luisa. Roger non ha mai avuto un momento di scivolamento. Anzi, mi ha presa subito sotto la sua ala. È stato un grande amico, un gran signore. Come lo erano Albert Broccoli, il patron di James Bond, e Lewis Gilbert, il regista».
È vero che all’inizio aveva detto no a Bond?
«Sì. Non lo volevo fare. Mi chiamarono a casa, l’agenzia aveva dato il mio numero, e io dissi: “No, non mi va. Sono stanca”. Dall’altra parte erano increduli: “Non ho mai sentito una ragazza che non vuole fare James Bond”. Io ridevo. Mi dissero: “Almeno possiamo incontrarci? Fare un provino?”. E io: “Un provino? Perché, si recita in James Bond?”. Alla fine proposi: “Mi mandi un biglietto, facciamo un bel pranzo a Parigi e ci conosciamo”. Non volevo essere il numero due, pensavo a un ruolo piccolo. Invece era il secondo ruolo femminile. Andai a Parigi, pranzammo, ridemmo. Mi dissero: “Le facciamo un regalo: nel film si chiamerà Corinne”. Io pensai: “Vabbè, che regalo”. Alla fine lo feci per simpatia. E loro, per simpatia, mi fecero fare un anno di promozione in tutto il mondo».
Lei ha attraversato anche una parte importante del cinema italiano. C’è un set che ricorda come un momento felice?
«Il mio primo film italiano fu con Celentano. Meraviglioso. Era come andare al parco giochi, non sembrava nemmeno di lavorare. Con Adriano ridevamo tantissimo. La sera veniva a mangiare da me e da mio marito, la domenica andavamo a casa di Anthony Quinn. Ho avuto molta fortuna con i miei colleghi».
Lei ha conosciuto molti grandi del cinema. Alain Delon?
«L’ho conosciuto a Parigi perché era amico del mio primo marito. Al mio matrimonio, tra i testimoni, c’era Mireille Darc, la sua compagna. Però ogni volta che stavo per fare un film con lui arrivava una ragazza prima di me e mi soffiava il ruolo. A Parigi, in realtà, l’ho visto pochissimo. Aveva grande fascino, ma era un uomo molto riservato, molto chiuso. Non usciva quasi mai».
Lei è stata desiderata, giudicata, mitizzata, fraintesa. Oggi, guardandosi allo specchio, qual è la parte di sé che non concederebbe più a nessuno?
«Il mio cervello. Il fisico ti fa pagare un prezzo: vieni catalogata prima ancora che qualcuno ti conosca. Fotomodella? Sei stupida o disponibile. Film erotico? Chissà che cosa pensano. Ma io me ne frego. Io so chi sono. Il corpo, alla fine, che cos’è? Un pezzo di carne. Mi danno fastidio i falsi pudori, i pregiudizi, i giudizi facili. E non mi interessa quello che pensa qualcuno che non entrerà mai a casa mia».
