Partner sì, ma non scherzate con la nostra integrità territoriale, perché la Cina non è più quella del 2017, quando cercava di ammorbidire gli Stati Uniti per ottenere una tregua commerciale. Il cambio di postura di Xi Jinping è evidente. E il messaggio che il leader comunista consegna nelle mani di Donald, seppur conciliante, appare più che mai assertivo. Le relazioni tra Washington e Pechino sono le «più importanti al mondo» e i due Paesi «dovrebbero essere partner, non rivali», ha affermato Xi, augurandosi che il 2026 «sia un anno di svolta». Ma su Taiwan non è disposto a cedere nemmeno un millimetro: se la situazione non sarà gestita correttamente, «i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l’intero rapporto sino-americano in una situazione molto pericolosa».
Una linea rossa fissata già dalle prime battute della visita, iniziata con una stretta di mano di 14 secondi davanti alla Grande sala del popolo, dove Xi ha accolto Trump con il tappeto rosso, l’inno statunitense e i bambini festanti con le bandiere dei due Paesi.
Il Medio Oriente
Poi il bilaterale, il primo di una lunga serie. Sul Medio Oriente Washington ottiene almeno una mezza vittoria, ricevendo – secondo il resoconto della Casa Bianca – il sostegno al no all’atomica per l’Iran e al sì alla necessità che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto. Dall’inizio della guerra Washington ha cercato più volte di chiamare in causa il Dragone affinché facesse pressione sull’alleato di Teheran, spingendo sul fabbisogno energetico cinese, ma i suoi tentativi sono andati a buon fine solo parzialmente. Prima della visita c’era chi teorizzava che la moneta di scambio fosse proprio Taiwan, per la quale Pechino vorrebbe un cambio nell’approccio linguistico, che passi dal «non sosteniamo l’indipendenza» al «siamo contrari». Sfumature importanti per la diplomazia e per un eventuale isolamento dell’isola, per la quale Trump ha messo in standby fino al ritorno alla Casa Bianca il nuovo pacchetto di armi da circa 14 miliardi di dollari.
E se il commander-in-chief evita le domande sul tema, è invece il suo segretario di Stato Marco Rubio a rispondere: «Le nostre politiche in merito non sono cambiate». Parole che non faranno piacere alla Cina, che ha già sanzionato Rubio in passato per le sue posizioni su Hong Kong e diritti umani.
