All’indomani della sentenza della Corte d’Assise di Roma, che ha inflitto dieci anni di carcere per sequestro di persona al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e ai colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed (assolvendo il generale Tariq Sabir), le difese dei tre 007 egiziani si preparano a impugnare la condanna in Appello. Le motivazioni del verdetto sono attese entro 90 giorni.
Il ricorso in secondo grado rischia tuttavia di riaprire uno scontro di natura costituzionale. I legali d’ufficio intendono infatti sollevare una questione di legittimità sulla riforma Cartabia, contestando la norma che impedisce agli avvocati di imputati assenti di ricorrere senza una procura speciale autografa, misura ritenuta lesiva del diritto di difesa. Il passaggio potrebbe far slittare il nuovo processo di almeno due anni, facendo balenare lo spettro della prescrizione, fissata a dodici anni dai fatti. Nel frattempo, spetterà all’Avvocatura dello Stato richiedere al Cairo il pagamento della provvisionale da 150 mila euro disposta a favore della Presidenza del Consiglio.
Parallelamente, la vicenda riaccende la polemica politica. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha difeso le sue recenti esternazioni, dichiarando: «Ho fotografato la sentenza: sono stati condannati tre individui, non l’Egitto. Vogliamo la verità sugli assassini di Giulio, ma vale più l’azione diplomatica discreta che il clamore». Parole che hanno scatenato la durissima reazione delle opposizioni. Al Senato, il Movimento 5 Stelle — sostenuto da Pd, Avs e Italia Viva — ha chiesto con forza che il ministro riferisca in aula. «Di fronte a un cittadino italiano che ha subito ‘tutto il male del mondo’, il governo preferisce difendere i rapporti con il Cairo anziché l’onore del Paese», ha attacco il capogruppo M5s Luca Pirondini, chiedendo quali conseguenze politiche l’esecutivo intenda ora trarre verso l’Egitto.
