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Caso Glovo, il giuslavorista Barbieri: «I riders sono subordinati, anche se a una piattaforma» – L’INTERVISTA

La società italiana di Glovo, Foodinho srl, finisce sotto controllo giudiziario e per l’amministratore unico Pierre Miquel Oscar scatta l’accusa di caporalato. Si riapre quindi il dibattito sul lavoro sottopagato dei riders, di quelle persone costrette dal bisogno a trasportare pizze a qualsiasi ora del giorno e della notte. Si torna quindi a parlare di…
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La società italiana di Glovo, Foodinho srl, finisce sotto controllo giudiziario e per l’amministratore unico Pierre Miquel Oscar scatta l’accusa di caporalato. Si riapre quindi il dibattito sul lavoro sottopagato dei riders, di quelle persone costrette dal bisogno a trasportare pizze a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Si torna quindi a parlare di lavoro povero, lavoro mal pagato, lavoro nero, di paghe inferiori alla soglia di povertà e lontane dai parametri della contrattazione collettiva. Nell’attesa che sul provvedimento della Procura di Milano si pronunci il gip, abbiamo interpellato il professor Marco Barbieri, giuslavorista e docente di Diritto del Lavoro dell’Università di Bari.

Professore, la piaga del caporalato non riguarda solo i padroncini che sfruttano i migranti nei campi di pomodoro del Foggiano ma anche, come in questo caso, grandi multinazionali. Ma lei tutto sommato se lo aspettava?

«Sì, perché chi si è occupato di questo tema sul serio, studiando non solo la giurisprudenza internazionale, ma anche i modelli organizzativi delle piattaforme e parlando con i lavoratori interessati, sa benissimo che l’organizzazione è volta alla finalità di massimizzare i profitti, sulla pelle delle persone che sono in stato di grave bisogno. All’inizio era un lavoretto per studenti universitari oppure gente italiana anziana che aveva perso il lavoro, adesso sono in grande maggioranza persone immigrate da Paesi poveri e quindi in una gravissima situazione di difficoltà economica».

E qualcosa a livello legislativo si era già fatto.

«Il provvedimento milanese dà abbondante conto della importanza delle modifiche che sono state fatte nel 2018, all’epoca del governo Conte, all’articolo 2 del decreto 81 cioè alla nozione di collaborazione etero organizzata. Modifiche di cui sono particolarmente contento avendoci messo mano nell’ambito di una collaborazione tanto informale quanto gratuita con il Ministro del Lavoro dell’epoca. Il nostro scopo era esattamente allargare la possibilità di ricorrere a questa nozione che semplifica il lavoro dei giudici nei casi in cui è il dubbio se la prestazione sia subordinata o meno. Il provvedimento milanese riconosce che ci sono tutti gli elementi del lavoro subordinato nel lavoro dei ciclofattorini, come io scrivo ormai da quasi 10 anni e si applicano le tutele del lavoro dipendente. A cominciare dalla tutela salariale prevista dall’articolo 36 della Costituzione, cioè una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa. Se lei pensa che dal provvedimento emerge che questi poveretti lavoravano 54 o 60 ore alla settimana mediamente. Prendendo una quantità di soldi che nei casi minori era addirittura di 400 euro e nei casi maggiori poteva arrivare a €1400. C’era gente anche che lavorava 11-12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana».

Eppure Glovo è un multinazionale che dovrebbe conoscere le norme. Che succede?

«No Glovo è una multinazionale che ha lottato duramente in Spagna per non applicare la legge spagnola che è stata all’avanguardia in Europa continuando a vendere questa favola che i ciclofattorini siano lavoratori autonomi cosa che evidentemente non è. Tenga presente che esiste una direttiva europea che l’Italia non ha recepito finora. La direttiva europea sulla linea della legge spagnola, sebbene con più timidezza, dice: «Si presume che i lavoratori delle piattaforme siano subordinati e spetterà, poi, alla piattaforma dimostrare che non lo siano. Ora, i riders quando ci portano la pizza a casa sono subordinati alla piattaforma che poi questa non sia una persona, ma un programma, un algoritmo che manda continuamente notizie sul loro telefonino, non cambia niente, sono lavoratori subordinati».

Per il caso Globo quindi lei cosa prevede?

«Continueremo così perché io ho l’impressione che ci sia pochissima intenzione da parte dell’attuale maggioranza parlamentare di adeguarsi all’orientamento della giurisprudenza, alle previsioni della direttiva europea. Questo fenomeno del lavoro povero in Italia è una vera vergogna».

Con Uber è andata a finire che poi Uber se n’è andata.

«Rischiamo di non vedere più Globo, se la cosa dovesse prendere una certa piega. Ma in Spagna alla fine quando sono stati minacciati di sanzione penale, cioè quando si è aperta l’indagine penale, si sono piegati. Del resto ci sono altre piattaforme come Just Eat che hanno fatto un accordo sindacale coi sindacati veri, non con quelli di comodo che ha riconosciuto sia pure in mezzo a molte contraddizioni che questi sono lavoratori subordinati che poi è il nodo vero su cui in tutto il mondo resistono».

Forse il sindacato qualcosa in più dovrebbe farla, non crede?

«Negli ultimi negli ultimi 5-6 anni le organizzazioni sindacali qualcosa hanno fatto. Poi tenga presente che è difficile organizzare questi lavoratori, perché sono di 50 paesi diversi perché il Globo contatta 1000 persone poi ne utilizza 100. Se quei 100 si mettessero tutti in sciopero ce ne sarebbero altri 100 e poi altri 100 e poi altri 100, pronti a sostituirli».

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