L’escalation geopolitica in Medio Oriente torna a scuotere i mercati finanziari ed energetici globali. La chiusura del fondamentale oleodotto saudita Est-Ovest — colpito nei giorni scorsi da un attacco di droni attribuito a milizie filo-iraniane — unitamente al rinvio dei colloqui sul transito nello Stretto di Hormuz, ha riacceso i timori sulle forniture mondiali di greggio. L’infrastruttura, in grado di trasportare fino a sette milioni di barili al giorno, rimarrà parzialmente fuori servizio per tre-cinque settimane, mettendo a rischio fino al 4% dell’offerta globale. La risposta dei listini non si è fatta attendere.
Le quotazioni del petrolio registrano impennate violente: il Brent si spinge verso i 108,5 dollari al barile (+3,6%), mentre il Wti supera quota 103,5 dollari (+3,5%). Ad Amsterdam s’impenna anche il prezzo del gas (+5,1%), sfiorando gli 84 euro al megawattora. L’ombra di una nuova fiammata inflazionistica e i dubbi legati ai massicci investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale affondano i mercati azionari. Le Borse asiatiche chiudono quasi tutte in contrazione, guidate da Seul (-3,2%) e Tokyo (-0,81%), con l’unica eccezione di Hong Kong. Stesso copione in Europa, dove Piazza Affari conquista la maglia nera (-1,5%) appesantita dalle vendite sui titoli tecnologici come Prysmian e Stm. In questo clima di tensione, gli investitori guardano con apprensione alla imminente riunione della Federal Reserve. Il timore di un ulteriore irrigidimento dei tassi di interesse fa salire i rendimenti dei titoli di Stato: il Treasury statunitense sfiora il 5%, mentre il Btp decennale italiano sale al 4,41%, portando lo spread con il Bund a 88 punti. Si salva solo il comparto petrolifero, trainato dai rialzi delle materie prime.
