Alla vigilia della Festa della Repubblica, Lea Durante, docente di Letteratura italiana e Letteratura e critica di genere all’Università di Bari, invita a rileggere questa data fuori dalla cornice puramente celebrativa. Studiosa di Gramsci, del rapporto tra cultura e società, di scrittrici e canone letterario, Durante riflette sul 1946 come il passaggio storico in cui s’intrecciano ancora conflitto politico, cittadinanza femminile, questione meridionale, linguaggio pubblico e scuola.
Il 2 giugno viene spesso consegnato a un lessico pacificato: festa, bandiera, memoria condivisa, rito civile. Eppure la Repubblica nasce da una scelta di campo, da un conflitto politico e culturale. Che cosa perdiamo trasformandolo in una celebrazione senza più conflitto?
«Si perde un elemento essenziale della nostra identità democratica. Siamo in un momento di grande contesa memoriale: lo dicono storici e storiche. Da decenni, in Europa e in Italia, è in corso una lottizzazione dei momenti salienti nei quali ci si riconosce da un punto di vista identitario. Una di queste contese riguarda i cardini della Repubblica. Lo abbiamo visto anche nel dibattito recente sulla riforma costituzionale della giustizia, che di fatto è stato un discorso sulla validità della Costituzione. Questa contesa è diventata ancora più forte da quando abbiamo un governo di destra che si riconosce ancora in ideali fascisti e rimette in discussione elementi fondamentali della religione repubblicana, a partire dall’antifascismo. Per questo, nel calendario civile che ha nel 25 aprile e nel 2 giugno due date decisive, è fondamentale mantenere viva la consapevolezza che la Repubblica è nata da un conflitto: non solo dalla guerra, ma da una battaglia delle idee dentro l’Italia stessa».
Un volume da lei curato su Gramsci si intitola «Domande dal presente». Quale domanda scomoda dovrebbe rivolgere oggi la Repubblica agli italiani?
«Alla storia si pongono sempre domande dal presente e Gramsci ci aiuta a elaborarne molte. Ricorderei che la Repubblica nasce da un referendum in cui lo scarto non fu larghissimo: circa un milione e mezzo di voti. La prima domanda, allora, è: che cosa sarebbe stata un’Italia monarchica ancora nelle mani di Casa Savoia, dopo che il re aveva consegnato il potere del Parlamento a Mussolini e firmato le leggi razziali? La seconda riguarda la differenza tra Nord e Sud. Il Nord fu molto più compatto nel voto repubblicano, mentre nel Sud prevalse il voto monarchico. Bisognerebbe chiederci se quel voto non fosse già l’indice di una frattura che il fascismo, al contrario di quanto una certa vulgata prova a far credere, aveva acuito. Quella distanza è superata sul piano della contrapposizione tra monarchici e repubblicani, ma continua a esistere. E molto populismo di destra la cavalca ancora, soprattutto qui al Sud».
Il 2 giugno 1946 fu anche il giorno in cui le donne entrarono pienamente nella cittadinanza politica. Quale parte della promessa repubblicana è rimasta incompiuta per le donne?
«Le donne furono subito consapevoli, nell’immediato dopoguerra, che non tutte le promesse della Resistenza sarebbero state mantenute. Si ripropose presto l’idea della donna angelo del focolare domestico, così come l’aveva vista il fascismo. Negli anni Cinquanta la retorica della madre di famiglia fu fortissima e non fu facile scardinarla almeno fino al Sessantotto. Che cosa non è stato mantenuto oggi? Prima di tutto i diritti nel lavoro: una parità effettiva, salariale e di ruoli, e una reale parità nella vita sociale. I passi avanti sono stati moltissimi, ma ci sono momenti in cui si arretra su diritti fondamentali, come il diritto all’aborto. Tira una brutta aria, e bisogna prestare attenzione: i diritti non sono mai consolidati una volta per sempre. Resta poi il diritto alla sicurezza e alla dignità delle donne. La violenza di genere è un’emergenza che fa rabbrividire. E non basta vedere donne nelle più alte cariche istituzionali per pensare che il tetto di cristallo sia stato rotto. Non basta essere donne: il punto è essere portatrici di istanze che aiutino le altre donne. Il patriarcato è un modello talmente pervasivo da investire anche molte donne al potere».
Una Repubblica vive anche nelle parole con cui si racconta: libertà, popolo, uguaglianza, diritti, partecipazione. Quanto pesa la crisi del linguaggio sulla crisi della democrazia?
«Il linguaggio è una parte fondamentale di ogni racconto. Oggi c’è un abuso linguistico che attraversa il nostro tempo. Il dibattito pubblico è semplificato e volgarizzato da una classe politica che spesso non ha la levatura linguistica e culturale per rappresentare la storia dell’Italia. Lo vediamo nella semplificazione del discorso politico, nell’uso dei social, nelle dichiarazioni brevissime, prive di ragionamento. Ci sono parole difficilissime da usare, pur presenti nella Costituzione. Penso a “patria”: oggi viene declinata nella retorica dei patrioti e dei nazionalismi spinti, mentre nella Costituzione nasce in un contesto diverso. Anche “popolo” è una parola degradata dall’uso populistico. Però sul linguaggio in tanti lavoriamo molto, cercando di renderlo più ampio, inclusivo di tutte le soggettività. Questo lavoro culturale, a partire dal femminismo, è una delle forme con cui si prova ad arginare la perdita di sottigliezza del linguaggio politico. Mi spaventa anche il ruolo della scuola: una riduzione della formazione del cittadino e della cittadina a favore di una scuola meno interessata alla coscienza critica e più orientata a produrre prestatori d’opera. È alle viste una divisione sempre più forte tra scuola per le élite e scuola per i gruppi subalterni».
Lei si è occupata anche di scrittrici, critica di genere e marginalizzazione delle voci femminili nel canone letterario. Se la Repubblica è anche un grande racconto nazionale, chi ha avuto diritto di parola e chi continua a restare ai margini?
«Negli ultimi anni occuparsi delle scrittrici è diventata un’esigenza generalizzata. C’è un proliferare di attenzione che risponde al bisogno di cambiare il canone nazionale, non più pienamente rappresentativo di ciò che l’Italia sente di essere oggi. È avvenuto un rovesciamento: non è più solo la critica classica a dettare i nomi della storia culturale italiana, ma movimenti dal basso, gruppi di lettura, siti, pagine social, che hanno riportato al pubblico scrittrici occultate per secoli. Nel Novecento, e nella storia repubblicana, ci sono autrici ormai imprescindibili. Penso a Goliarda Sapienza, che nell’Arte della gioia racconta il Novecento italiano a partire dal grande assente della storia nazionale: il corpo delle donne. Penso a Elsa Morante, Alba de Céspedes, Elena Ferrante, Anna Banti, Fabrizia Ramondino, Dolores Prato, Renata Viganò. La svalutazione della scrittura femminile è stata una delle grandi colpe della critica tradizionale. Abbiamo molto lavoro da fare e riguarda scrittrici, memorialiste, intellettuali, partigiane. Sono voci che hanno dato un pezzo fondamentale della cultura repubblicana e che vanno riproposte».
