Continua a scendere vertiginosamente il prezzo del grano. Appena cinque anni fa, a Foggia, un quintale di “duro” veniva pagato 53,5 euro. Mercoledì scorso si vendeva a 31,5.
Su questa non più sostenibile erosione del prezzo gravano diversi fattori, non ultimi gli effetti dei cambiamenti climatici, ma soprattutto l’enorme disponibilità di grano estero. E purtroppo, sono proprio i mercati internazionali a fare il prezzo del grano, determinandone gli alti e i bassi.
Qualsiasi mercato deve soddisfare due esigenze fondamentali per arrivare al prezzo: quantità e qualità. Il grano italiano, di cui il Tavoliere è il maggior produttore, assicura appena la metà del grano necessario a soddisfare le esigenze delle industrie e delle nostre famiglie. Inoltre, per la produzione della pasta, il grano italiano non raggiunge il valore proteico richiesto.
Di conseguenza, l’industria della pasta, che da sola lavora due terzi del grano lavorato in Italia, è costretta ad acquistare grano duro dall’estero. Continuare a polemizzare su questo fenomeno logora inutilmente chi crede che con le proteste di piazza si possano ottenere risultati.
Si facciano costanti e più approfonditi controlli sul grano estero, questo sì. Ma una volta fatti, se il grano passa la dogana, si lascino in pace molini e pastifici, purché osservino le regole, dichiarando la provenienza del grano.
