Un episodio dai contorni incredibili ha interessato nelle il Policlinico degli Ospedali Riuniti della Capitanata, dove il ricovero d’urgenza di un uomo ferito in un agguato si è trasformato in un momento di forte tensione all’interno dei reparti ospedalieri, sollevando interrogativi sulla gestione degli accessi all’area protetta destinata ai pazienti in regime detentivo.
Secondo quanto ricostruito, il paziente, due settimane fa, rimasto coinvolto in una sparatoria e ricoverato in condizioni di stretta sorveglianza doveva essere trasferito ospitato nella zona dedicata ai detenuti attraverso percorsi separati e attrezzati per il transito di barelle e personale di scorta. Tuttavia, la mancanza di una rampa di accesso e di ascensori adeguati avrebbe reso impossibile il transito ordinario.
L’area detenuti del nosocomio foggiano, infatti, risulta collocata in un settore che dovrebbe essere dotato di collegamenti indipendenti e riservati, proprio per garantire la separazione tra flussi sanitari ordinari e percorsi di sicurezza. Una condizione strutturale che, secondo quanto segnalato, non è pienamente funzionale alla gestione di pazienti barellati scortati. Di fronte a questa criticità logistica, una decina di agenti della Polizia Penitenziaria si è trovata costretta a individuare un percorso alternativo all’interno dell’ospedale per raggiungere il reparto di destinazione.
Ne è derivato un passaggio attraverso reparti e corsie frequentati da pazienti e personale sanitario, in un contesto che ha generato forte apprensione. Il transito del detenuto ferito, accompagnato da personale armato, ha interessato anche zone ad alta attività clinica, dove in quel momento erano in corso visite, terapie e trattamenti specialistici. I reparti, tra cui anche ambulatori sono stati attraversati durante il tragitto interno alternativo. La situazione ha provocato momenti di tensione tra operatori sanitari e forze dell’ordine, con richieste di interrompere il passaggio in aree non destinate al transito di personale armato.
La mancanza di un apposito percorso immediatamente utilizzabile ha però reso necessario proseguire il trasferimento. L’episodio ha avuto ripercussioni anche sull’attività assistenziale in corso. Alcune procedure diagnostiche e terapeutiche, comprese infusioni farmacologiche e prestazioni programmate, sono state temporaneamente sospese e rallentate per consentire le operazioni di transito in sicurezza. Particolarmente delicata la condizione dei pazienti presenti in quel momento nei reparti interessati, molti dei quali in trattamento e in situazioni di fragilità clinica.
La presenza di personale armato in aree di cura ha generato forte disagio e un diffuso senso di allarme. Alla base dell’accaduto, secondo quanto emerge, c’è una criticità strutturale legata all’assenza di accessi dedicati e pienamente funzionali per il trasferimento dei detenuti in regime sanitario protetto. Una condizione che rende complessa la gestione in sicurezza di pazienti che necessitano di scorta e percorsi separati. La vicenda riaccende il dibattito sull’organizzazione degli spazi ospedalieri e sulla necessità di garantire percorsi distinti tra aree cliniche ordinarie e unità ad alta sicurezza, per evitare che situazioni di emergenza si trasformino in momenti di ulteriore stress per pazienti e operatori.










