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Arresti per gli omicidi sul Gargano, la Dda: «È una mafia che distrugge vite e memoria»

«Sono omicidi che ancora una volta segnano il brand operativo della mafia garganica». Lo ha affermato Giuseppe Gatti in conferenza stampa

Arresti per gli omicidi sul Gargano, la Dda: «È una mafia che distrugge vite e memoria»

«Sono omicidi che ancora una volta segnano il brand operativo della mafia garganica, a cui non basta cancellare una vita, ma bisogna cancellare la memoria di quella vita». Lo ha detto il procuratore aggiunto di Bari, coordinatore della Dda, Giuseppe Gatti, illustrando in conferenza stampa l’operazione che stamattina ha portato all’arresto di nove persone ritenute coinvolte in tre omicidi di mafia commessi sul Gargano tra il 2011 e il 2016.

Gli inquirenti hanno fatto luce su due “lupare bianche” – quelle del 41enne del Francesco Li Bergolis (2011) e del 29enne Francesco Armiento (2016) – e sull’omicidio del 37enne Ivan Rosa (2014).

«Si tratta di tre vicende che hanno creato un allarme particolarmente intenso nell’opinione pubblica», ha spiegato Gatti, evidenziando che «sono vicende che colpiscono soggetti che erano al di fuori della guerra di mafia».

Una mafia, ha aggiunto, «che non si limita a farsi la guerra, ma impone un controllo del territorio annichilendo una comunità, facendo ricorso all’esercizio indiscriminato, generalizzato e spregiudicato della violenza» in una «dimensione di odio».

Gatti ha poi sottolineato: «Due di questi omicidi sono lupare bianche, il terzo, quello di Ivan Rosa è un omicidio su cui si proietta ancora una volta quel famoso “colpo di grazia” esploso al volto con il fucile a canne mozze, quindi la cancellazione del volto, la cancellazione dei corpi».

Ad agosto 2017, data del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis, in cui furono uccisi i due fratelli Luciani, vittime innocenti di mafia, «degli oltre 350 fatti di sangue di matrice mafiosa commessi nella provincia di Foggia dal 1978, solo il 20% era stato risolto. Oggi quella percentuale è stata drasticamente abbattuta», ha evidenziato ancora il coordinatore della Dda.

«La risposta dello Stato arriva – ha aggiunto il procuratore di Bari, Roberto Rossi -, certo in ritardo e non possiamo che chiedere scusa come Stato per questo, ma la giustizia arriva».

Gatti ha evidenziato anche il ruolo dei collaboratori di giustizia. «Fino al 9 agosto del 2017, avevamo pochissimi se non zero collaboratori di giustizia nel Foggiano, mentre nel barese ce n’erano già oltre duecento. Oggi – ha spiegato – abbiamo ben 25 collaboratori di giustizia e quattro testimoni di giustizia», perché «lo Stato ha reagito, sono stati fatti investimenti di risorse, di mezzi, è stato affinato un metodo di lavoro».

La collaborazione di giustizia, ha concluso Gatti, «è un segnale importante in questa terra, ci dice che il vincolo mafioso foggiano, il vincolo mafioso garganico, non è un vincolo indissolubile, che anche da quelle mafie ci si può liberare. Il segnale è ancora più forte perché si rivolge anche alla comunità e dice a tutti noi che anche in queste terre così complicate una speranza di cambiamento esiste e tutti insieme la possiamo e la dobbiamo continuare a perseguire».