Ho letto le parole di Giuditta con il suo post sui social, rivedendo quelle tremende immagini di questa estate al Parco Rossani di Bari mi sono soffermato nuovamente su una cosa, forse la più importante, ovvero che educare alla non violenza non significa educare alla passività, all’immobilismo, al fregarcene dell’altro.
Da genitore, cara Giuditta, ti chiedo scusa. Scusa, perché credo che sia una delle responsabilità più difficili che abbiamo oggi come educatori e non ci stiamo riuscendo, inciampiamo, per difendere il nostro piccolo nucleo famigliare, per non impicciarci, come si dice dalle nostre parti. Facciamoci gli affari nostri, vero?
Io voglio che i miei figli sappiano che possono dire no, che possono chiedere aiuto difendere i loro confini e le persone, tutte, quando chiedono aiuto, educandoli a fare un’azione forte, denunciare un’ingiustizia. Senza paura. E che possono stare dalla parte di chi viene isolato, deriso, umiliato o aggredito, voglio che sappiano anche che chiedere aiuto non è debolezza ma segno di grande forza e che non girarsi dall’altra parte è una forma di responsabilità; perché la violenza non è soltanto il pugno, una testata e un calcio ma è anche l’umiliazione, abuso di potere, esclusione, è il gruppo che si accanisce contro uno, chi vede e sceglie di non vedere, chi sa e sceglie il silenzio perché “non sono affari nostri, girati, zitti, scappate, allontanatevi, muovetevi”. E qui entra in gioco, secondo me, il ruolo della comunità.
Dov’è la comunità? Smarrimento puro. I nostri figli non imparano soltanto da quello che gli diciamo, imparano soprattutto da quello che facciamo, anche quando siamo noi adulti a trovarci davanti a un’ingiustizia, per esempio se vedono che davanti alla prepotenza abbassiamo lo sguardo, impareranno che la prepotenza si può tollerare o che si fa così, mi rendo conto che è difficile, anche se si tratta di far notare ad un incivile per strada che butta una carta a terra che non si fa e lui ti risponde male e ti minaccia di botte, perché purtroppo accade anche questo.
Noi genitori dobbiamo crescere persone capaci di riconoscere la violenza e saperla gestire, di non normalizzarla e di reagire senza perdere la nostra umanità quando gli altri la mettono alla prova. Troppo facile girare la testa, diciamocelo, è la scelta più semplice, più difficile e raro è reagire con intelligenza, eppure la storia ci insegna che una comunità nasce quando qualcuno decide di guardare e di agire. Ed è ciò che dobbiamo riprendere a fare, senza paura, senza remore, perché domani Giuditta potrebbe essere Francesca, Marco, Andrea, Ginevra, Nadia, Chiara, Raffaele, Luca o Annalisa.
Potrebbe essere nostra figlia, potrebbe essere nostro figlio, nostra figlia. Agire come comunità significa non pensare solo al proprio interesse, ma riconoscere che il bene di ciascuno passa anche dal bene degli altri. È scegliere di esserci, di sostenersi e di condividere responsabilità, soprattutto nei momenti di difficoltà, i miei genitori mi hanno insegnato, con i fatti, che una comunità è davvero tale quando nessuno viene lasciato solo e ogni azione contribuisce al bene comune. Ed io da genitore, ora, voglio fare lo stesso. Grazie Giuditta, per il tuo esempio, la tua forza e il tuo rumore, continua a farlo nella speranza di non essere più sola.
