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Aggredita al parco Rossani, Giuditta: «Ho rivisto il pestaggio, ho pianto fino a non avere più lacrime» – L’INTERVISTA

Il filmato acquisito solo martedì e pubblicato dopo oltre due mesi dall’aggressione. La studentessa: «Ricordavo solo i piedi e i calci in faccia»

Aggredita al parco Rossani, Giuditta: «Ho rivisto il pestaggio, ho pianto fino a non avere più lacrime» – L’INTERVISTA
Polizia locale nel parco Rossani a Bari. Nel riquadro, la studentessa 26enne Giuditta D’Elia

«Ho guardato il video del pestaggio finché non ho avuto più lacrime»

Giuditta D’Elia vede per la prima volta le immagini dell’aggressione subita oltre due mesi fa a Parco Rossani e scopre particolari che non ricordava: «Ho rivisto tutto, secondo per secondo». Poi la scelta di pubblicarle: «Sono finita alla gogna per quello che avrei fatto: adesso guardate e giudicate».

Il video del suo pestaggio Giuditta non lo aveva mai visto. Lo ha ricevuto soltanto martedì. Quattro telecamere, minuti di immagini che fino a quel momento erano rimasti fuori dalla sua memoria visiva. Ha guardato tutto. Prima da sola, poi ancora e ancora, fino a riuscire a osservare quelle immagini non più soltanto con il dolore di chi le aveva vissute, ma cercando di ricostruire ogni istante. Ieri ha deciso di pubblicarne una parte. E a L’Edicola racconta perché.

Giuditta, perché hai potuto vedere quelle immagini soltanto adesso?

«Perché erano materiale oggetto delle indagini. Il processo non è ancora iniziato, la prima udienza è prevista il 4 novembre, e io finora non avevo mai avuto accesso a quei video. Venerdì, attraverso il mio avvocato, ho presentato istanza per acquisirli. Sono arrivati molto rapidamente. Era un tassello che mi mancava. Un tassello enorme».

Cosa hai provato quando hai visto il video per la prima volta?

«Intanto ho voluto guardarlo da sola. Non volevo piangere davanti a mia madre. Sapevo quanto sarebbe stato difficile per lei. Ho provato un dolore enorme. Ci ho passato tutto il pomeriggio. Le telecamere sono quattro e ho ripercorso ogni istante dall’inizio alla fine».

Hai detto di aver pianto per ore.

«Ho pianto, ho pianto, ho pianto. Prima con fragore, poi restando quasi senza fiato. E ho continuato a guardare fino a quando le lacrime non scendevano più. Quando hanno smesso di scendere, allora ho iniziato a pensare. Ho cominciato ad analizzare quello che vedevo».

L’aggressione era come la ricordavi?

«No. Io non ricordavo. Dalla mia prospettiva che cosa potevo vedere? Piedi, calci che mi arrivavano in faccia. Sono stata a terra per tutto il tempo, mi hanno fatta cadere arrivando dalle spalle. Ricordavo le sensazioni, i calci, le scarpe. Ma non ricordavo soprattutto un tassello: le mie azioni».

Ed è un punto importante, perché proprio sulla tua reazione si è discusso molto.

«Sì. Io ricordavo di avere reagito al gavettone, ma non ricordavo di avere usato violenza. Ero convinta anche di avere strattonato una ragazza mentre cercavo di toglierle quello che aveva in mano. Guardando le immagini ho visto quello che è realmente successo. È anche per questo che ho deciso di pubblicarle».

Perché?

«Perché paradossalmente sono finita io alla gogna mediatica, in una sorta di processo per capire quali fossero state le mie azioni. Mi sono posta autonomamente al patibolo: guardate e giudicate. Ho pubblicato proprio gli istanti del pestaggio e ho fatto in modo che si vedessero anche le mie azioni».

Ma anche se avessi reagito diversamente?

«È questo il punto. Anche se avessi risposto con un gesto violento a quello che stava accadendo, non potrei comunque considerare giustificabile un pestaggio del genere. Il male è male, a prescindere. Oggi quelle immagini ci sono e ciascuno può guardarle».

C’è qualcosa che hai scoperto vedendo il filmato e che non ricordavi affatto?

«Gli ultimi calci. Ero già a terra, sanguinavo, provavo ad alzarmi e a chiamare i soccorsi. Quelli non li ricordavo. Ricordavo i piedi in faccia, ma non quell’ultima parte. Vederla è stato molto difficile».

E le persone che erano intorno?

«Quelle le ricordavo. Tutte. Era forse l’unica cosa che ricordavo chiaramente. Quando ti percepisci in fin di vita e senti intorno a te gridare “la dobbiamo uccidere”, cerchi qualcuno che possa aiutarti. Io sapevo che da lì avrei potuto non uscire viva se qualcuno non fosse intervenuto. Ma quel qualcuno sono stata io».

Hai guardato anche i 24 minuti precedenti al tuo arrivo. Perché sei andata così indietro?

«Perché non ho guardato soltanto per me. Ho guardato per tutti. E quei 24 minuti sono stati persino più difficili da vedere del mio pestaggio. Io sapevo quale male avrei visto quando sarei arrivata io. Quello che non conoscevo era ciò che accadeva prima».

E che cosa hai visto?

«Ho visto che non ero stata l’unica. Ho visto altre persone alle prese con i gavettoni, studenti e adulti, persone alle quali veniva impedito l’accesso ai bagni. E ho visto soprattutto l’indifferenza, la rassegnazione. C’è un ragazzo che a un certo punto sembra voler dire qualcosa, poi si guarda intorno, vede di essere in inferiorità numerica, scrolla le spalle e va via».

Quindi quello che ti ha colpito va oltre ciò che è accaduto a te.

«Assolutamente. Ho visto il dolore di chi ormai è rassegnato al male e all’ingiustizia. Ho visto una comunità che non riesce a trovare la forza di continuare a credere nel proprio essere comunità. Quando un gruppo trae forza dal numero e gli altri si voltano dall’altra parte c’è un problema. Quale valore può essere più forte del senso di giustizia e di comunità? Non si può parlare di civiltà se non c’è solidarietà, se non c’è giustizia, se non c’è cooperazione».

Eppure pubblicare immagini così forti va contro quello che avevi sostenuto finora.

«Sì, l’ho fatto contro ogni mia idea. Ho sempre detto che i social vengono utilizzati anche dai minorenni e che certe immagini non dovrebbero essere mostrate. Ma a un certo punto mi sono resa conto che continuavano a interessare le mie azioni, quello che avrei fatto io. Allora ho scelto di mostrarle: guardate e giudicate».

Dopo aver visto il video da sola lo hai mostrato a tua madre.

«Mia madre è corsa dal lavoro e la prima cosa che mi ha chiesto è stata di vedere i video. Per tutto il tempo tremava e piangeva. Continuava a ripetere: “È la mia bambina”. Mi vengono i brividi ancora adesso. Nessuna madre dovrebbe vedere il proprio figlio rischiare di sparire dalla faccia della terra senza aver avuto la possibilità di vivere. Per questo prima avevo voluto piangere da sola: sapevo che davanti a quelle immagini avrebbe pianto lei e qualcuno doveva provare a essere forte».

Chi altro della tua famiglia ha voluto vederlo?

«I miei nonni, mio nonno in particolare. Poi i miei zii, i miei cugini di 16 e 13 anni, i colleghi dell’università. Mi dispiace perché una cosa del genere nessuno dovrebbe subirla, ma nessuno dovrebbe nemmeno essere costretto a vederla».

Sono trascorsi più di due mesi. Hai ancora paura quando cammini per strada?

«Molto meno. Però mi è rimasta addosso una sensazione che forse non è nemmeno paura. È sfiducia sotto mentite spoglie. Sfiducia verso chi mi siede accanto, chi incontro, chi sale sul bus con me. Ma la cancellerò, perché non accetterò mai l’idea che il mondo sia questo».

Adesso che hai reso pubblico il video che cosa ti aspetti?

«Vorrei soltanto tornare a vivere una vita che abbia il sapore dell’autenticità».

Dopo quello che hai vissuto riesci ancora a credere nelle persone?

«Voglio farlo. Il nostro mondo è bello, le persone sono belle, i nostri figli sono belli, ancora di più le nostre mamme. Io guarderò quello».