La notte degli Oscar ha regalato una lezioncina che Hollywood ogni tanto dimentica ma che puntualmente ritorna: il talento non basta, soprattutto se lo accompagni con una buona dose di arroganza.
C’è una categoria molto diffusa nel mondo dello spettacolo contemporaneo: i miracolati precoci. Giovani attori che hanno sparato due o tre cartucce giuste all’inizio della carriera, hanno incassato applausi, premi e copertine patinate… e a quel punto cominciano a sentirsi improvvisamente Gesù.
Il caso di Timothée Chalamet agli Oscar di quest’anno sembra scritto apposta per spiegare il fenomeno. Alla vigilia della cerimonia, l’attore era considerato uno dei favoriti per la performance in “Marty Supreme”. Hollywood aveva già preparato la sceneggiatura: il giovane talento consacrato, il volto della nuova generazione, la statuetta che passa di mano davanti alle telecamere del Dolby Theatre. Una favola perfetta. Poi però il protagonista ha pensato bene di fare ciò che oggi fanno in molti: parlare troppo.
In una conversazione pubblica ha liquidato balletto e opera come mondi di cui ormai non importa più a nessuno. Secoli di cultura, di musica, di teatro, di lavoro artistico archiviati con la disinvoltura di uno che ha appena scoperto l’universo. Il tutto con quella tipica sicurezza di chi ha appena iniziato a vincere e già si sente autorizzato a spiegare al mondo cosa valga la pena salvare della civiltà. Il problema è che Hollywood ama i divi, ma mastica – e ingoia – i divi prematuri. E quando un attore trentenne comincia a parlare di sé come di un «top player», mentre nello stesso tempo liquida interi pezzi di tradizione culturale come roba superata, l’effetto non è quello dell’artista maledetto alla James Dean. È quello, molto più semplice, del ragazzotto che si è montato la testa troppo presto.
A ricordare quanto poco servano certe pose è arrivato anche un curioso controcampo della stessa serata: Sean Penn ha vinto un Oscar e non si è nemmeno presentato a ritirarlo. Nessun discorso, nessuna sceneggiata, nessuna passerella. Il premio lo ha preso lo stesso. Per capire come funziona davvero questo mestiere, se serve un indirizzo, citofonare pure a casa Penn.
La scena al Dolby Theatre è stata quasi simbolica. Chalamet si è presentato vestito di bianco – alcuni commentatori di moda hanno parlato senza pietà di un look da «gelataio chic» – convinto di essere al centro della festa. E invece la festa, come succede spesso a Hollywood, aveva deciso di cambiare protagonista.
Nel frattempo altri attori hanno fatto quello che gli attori fanno da sempre: lavorare, interpretare, aspettare il verdetto senza trasformarsi in editorialisti delle arti. È una strategia poco spettacolare, ma funziona da oltre un secolo. La morale di questa piccola parabola hollywoodiana è piuttosto semplice: nel cinema contemporaneo, dove bastano due film riusciti per essere proclamati geni della generazione, qualcuno ogni tanto dovrebbe ricordare una verità elementare: se non hai niente di intelligente da dire, non dire niente.
Forse una sera a teatro – magari Monteverdi, magari Verdi – potrebbe persino fare bene anche a una star del cinema. Non per imparare a cantare, Chalamet nel biopic – malriuscito – su Bob Dylan ha mostrato di saperlo fare. Ma per imparare a non sentirsi Dio dopo tre applausi.













Bentornato,
Registratiaccedi al tuo account
Tutte le news di Puglia e Basilicata a portata di click!