La domanda sorge spontanea: ma sarebbe davvero così terribile se il Governo intervenisse direttamente a mettere ordine nei conti della sanità pugliese? Vediamo insieme i pro e i contro. Un aspetto negativo sarebbe senz’altro quello dell’aumento dell’aliquota Irpef al massimo e per tutte le fasce di reddito. Quindi non per scaglioni, salvando i redditi più bassi, come previsto dal piano regionale. Ma una stessa stangata per tutti.
Fin qui, allora, il presidente della Regione, Antonio Decaro, incassa il punto. È più equo il suo piano. Ma vediamo il resto. La pezza che i redditi medio/alti stanno mettendo alla cattiva gestione della sanità pugliese non metterà in luce fino in fondo gli sprechi che continueranno ad alimentare il debito. Nonostante le misure di controllo che la nuova gestione della Regione intende mettere a punto. Viene da chiedersi, allora, come è riuscito il precedente governatore a non aumentare le tasse per coprire il buco della sanità che riviene da così lontano.
Perché ha agito attraverso un’operazione che chiameremo di «cuci e scuci» delle risorse disponibili: in sostanza toglieva di qua, per mettere là (fra fondi europei e nazionali) in un gioco continuo di coperture e scoperture. Questa politica il presidente Decaro ha deciso di abbandonarla. C’è un buco?, ha detto.Va risanato. Bene. Ma a pagare però non sono i responsabili, ma i pugliesi. L’opposizione attacca e la maggioranza risponde che non si tiene conto dell’inflazione, dei costi lievitati, della necessità e dell’aumento del costo del personale sanitario, dei trasferimenti statali cresciuti ma non sufficienti a coprire i costi. Ci sta tutto. Ma anche gli sprechi ci sono.
Il nostro giornale ne segnala uno al giorno: sale operatorie a Foggia inaugurate e mai aperte; 16 robot Leonardo (neanche in Lombardia ce ne sono tanti, ma almeno lì sono acquistati in parte con fondi privati) e per di più situati in alcuni ospedali periferici dove non ci sono nemmeno i reparti di chirurgia; punti nascite con primari e personale infermieristico per poche decine di parti al mese; primari di cardiochirurgia retribuiti, ma di fatto fermi da anni.
Ora, se invece di Decaro fosse il governo centrale ad intervenire cosa succederebbe? Molti reparti verrebbero chiusi, piccoli ospedali sarebbero trasformati in altro genere di strutture sanitarie e il buco si ridurrebbe di colpo, con buona pace dei cittadini che il prossimo anno non dovrebbero rimettere nuovamente mano alle proprie tasche. Cosa c’è che non va in questo ragionamento, allora? C’è che il bilancio di una Regione è per l’80 per cento fondato sulla sanità. Il commissariamento governativo significherebbe per la giunta e l’assessore alla Sanità essere ospiti a casa propria. Le decisioni verrebbero prese da Roma e qui si farebbe solo gestione ordinaria con il poco che resta. Ma significa anche molto di più e qui entra in gioco la politica. Con la p minuscola, però. Quali presidi sanitari salverebbe Roma? Quelli vicini degli «amici» di governo o possiamo fidarci dell’integrità delle scelte nazionali? Quali sarebbero i criteri imparziali? Infine, in termini di voti, per il governo regionale cosa significherebbe indebolire le baronie mediche e il nepotismo onnipresente? Certo, sarebbe una bella partita cui assistere.
Una soddisfazione per i cittadini-assistiti, stanchi di interfacciarsi con una sanità mediocre rispetto a quella Lombarda, per esempio, e che è anche necessario contribuire a mantenere in piedi con fondi aggiuntivi. Chi scrive torna da qualche ora da Milano, appunto, dove non si capisce per quale ragione tutto funzioni alla perfezione, gli appuntamenti rispettati al minuto, in sala tre volontari che aiutano il disbrigo della pre-accettazione. Una mensa per gli accompagnatori dei degenti, una gentilezza che sfiora l’imbarazzo. Con tutto il rispetto per l’impegno di buona parte della classe medica pugliese che vorrebbe vedere cambiate le cose almeno quanto i cittadini. Detto questo, tutti sappiamo che il Governo non interverrà mai.
Decaro ha poca voglia di fare il presidente del nulla e così sarebbe senza l’amministrazione della sanità, dunque metteremo mano alle tasche e pagheremo. Ma in questa partita nessuno pensi di mettersi in piedi con il ditino alzato. Perché anche l’opposizione ha goduto negli anni di piccole prebende di cui si è accontentata, senza contare i lunghi periodi in cui è stata al governo della regione. E il danno non comincia oggi. Tanto vero che oltre ad urlare alla luna e fare continue richieste, di prove concrete non ne tira fuori. E per il momento preferisce il gioco delle parti: ululo, ma non mordo. Che venga allora lo Stato (non il partitismo), quello che dovrebbe difendere gli interessi di tutti noi e faccia tabula rasa. Forse si potrà ricominciare, allora, con la dignità che spetta a chi affronta una malattia.
