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Prendere posizione è necessario

Prendere posizione è necessario

Disinformatissime le obiezioni alla petizione che chiede al festival del «Libro Possibile» di non offrire una tribuna a un cittadino israeliano dichiaratamente a favore della colonizzazione. Qualcuno la butta su fino alla caccia alle streghe, qualcun altro invoca lo stato di legibus solutus per gli scrittori. Nessuno che si sia preso la briga di informarsi sullo stato del dibattito politico a Tel Aviv.

Prendiamo due scrittori. Beppe Fenoglio aveva 21 anni nel ‘43. Eshkol Nevo aveva 21 anni nel ‘93. Nel ‘43 l’Italia implose, un pezzo di Stivale finì sotto i tedeschi e sotto il governo fantoccio della repubblica sociale. Fenoglio prese il fucile. Poi raccontò tutto (qualcosa d’importante dovette anzi uscire postumo, per una fama un po’ tarda ad arrivare). Altri tempi? Certo. Ma c’è il diverso e c’è l’uguale.

Nel ‘93 appare un’alba: accordi di Oslo. Nevo ci crede, comincia a raccontare il suo paese, nel quale intanto – fin da subito – quegli accordi vengono messi in un cassetto e si mandano normalmente i «settlers» a colonizzare la Cisgiordania. Un altro ebreo importante ci credeva, Itzhak Rabin, ma un altro che non ci credeva lo uccide subito e dall’altro lato della Palestina i «settlers» continuano a crescere. Oggi sono settecentomila. Terre altrui occupate, tutte cose che sapete.

Nevo racconta tutto, e dice sempre che non è d’accordo, e prende la nostra simpatia. Ma quando arriva – ci chiediamo intanto – una scelta alla Fenoglio? Perché le cose vanno sempre peggio e dopo trent’anni il governo là è oggi del tutto allineato sulle posizioni di quello che assassinò Rabin.

Per farla finita con i palestinesi di Cisgiordania è un pezzo che costruiscono chilometri di muri (difficilissimo vederli in tv, chissà perché). L’opposizione certo non muore. E Nevo la sostiene. E oggi l’opposizione cui Nevo aderisce – l’alleanza si chiama Yachad – dice anche con eleganza che i coloni fanno troppe violenze. Ma devono ritirarsi e restituire ai palestinesi ciò che è loro? Israele deve finalmente riconoscere confini legittimi? Non se ne parla nemmeno! Nevo non incorre in concorso esterno alla guerra, semplicemente dice chiaro (interviste rilasciate a febbraio anche in Italia – LA7 del 11 febbraio) che le cause profonde di quella guerra per lui possono tranquillamente restare lì.

Un altro scrittore, Gideon Levi su Haaretz, ha capito questo continuismo e ha scritto due mesi fa che «Il prossimo leader di Israele sarà proprio come Bibi, ma non corrotto. Né Gadi Eisenkot, né Naftali Bennett [i leader di Yachad] capiscono, né vogliono capire, che qui non accadrà nulla di buono finché il problema palestinese non sarà risolto». Non sembra, dal suo schieramento politico, che neanche Nevo l’abbia capito. E neanche i bei sostenitori locali della libertà dell’arte. Che i firmatari dell’appello al ritiro dell’invito a Nevo non negano, ma chiedono: che cosa si fa per fermarlo quel governo fascista? Nevo e il resto dello Yachad – l’opposizione – ci chiedono solo di aspettare pazientemente le prossime elezioni, come se il massacro quotidiano sia una specie di giusto prezzo da pagare per arrivare… alle urne. E se rivince Netanyahu? Leggeremo un altro romanzo.

Ora: Nevo fa quello che vuole. E non gli si chiede di prendere il fucile. Ma non è che quelli che tengono scritto «scrittore» sulla carta d’identità meritano sempre la stessa tribuna. O peggio: se uno scrive best seller si merita il diploma di «buono» anche se gli sta benissimo uno stato coloniale. E adesso lo so, tutti a citare sostenitori dei fascismi che hanno scritto comunque bei romanzi, Céline, Malaparte, Brasillach (di questo Camus chiese perfino la grazia, lo ricorda anche Carrère nel suo ultimo libro uscito il mese scorso, e oggi non avrei niente in contrario se De Gaulle lo avesse accontentato, lo dico per dire che qua non si chiede la testa di nessuno). Ma è il caso di notare che nessuno muove un dito per fermare Israele. E quelli – con cui sta Nevo – che si battono per sostituire Netanyahu non ci offrono la minima prospettiva che le cause profonde e remote del massacro vogliano rimuovere. Nessun pacifico gesto è dunque ammesso per far arrivare messaggi laggiù?

Noto infine che un festival che ignora tutto questo fa un po’ la figura di un eventificio.