Parola d’ordine, «precauzione». Erri De Luca l’aveva indicata pochi giorni fa, quando infuriava la polemica sulle sue dichiarazioni riguardo Gaza e il sionismo. «Quando la censura si presenta come precauzione il piatto è servito», mi ha detto in una intervista su queste pagine.
Adesso la pietanza – sgradevole, amara – è servita fumante, ed Erri si alza, da gran signore, e se ne va. Lo scrittore che avrebbe dovuto aprire Salerno Letteratura con la tradizionale prolusione inaugurale è stato infatti sostituito. Al suo posto dialogheranno i due direttori artistici della manifestazione, Gennaro Carillo e Paolo Di Paolo.
A De Luca è stato offerto un altro spazio nel programma. Lui ha preferito rinunciare. La replica è arrivata con una frase che ha il pregio della semplicità: «Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me». La vicenda nasce dalle polemiche che hanno accompagnato alcune recenti dichiarazioni dello scrittore. In particolare quelle sul significato della parola sionismo e sulla sua contrarietà all’uso automatico del termine genocidio per descrivere la tragedia di Gaza.
Il titolo scelto per questa edizione di Salerno Letteratura suona quasi beffardo: «Il cuore desto avrà parole. Letteratura nei tempi inquieti». Ecco, appunto: tempi inquieti. Talmente inquieti che perfino De Luca diventa materia da maneggiare con i guanti, con le pinze, con il modulo dell’opportunità compilato in triplice copia. La spiegazione ufficiale è arrivata dal direttore artistico Gennaro Carillo: la decisione originaria è stata riconsiderata per evitare strumentalizzazioni. La prolusione, ha aggiunto, detta un po’ la linea del festival e implica una certa identità di vedute con chi la commissiona, almeno sui morti civili di Gaza.
Qui la letteratura c’entra fino a un certo punto. C’entra molto di più il nuovo galateo culturale, quello che trasforma ogni parola in una pratica amministrativa e ogni divergenza in una grana da smaltire. De Luca può parlare, certo. Può scrivere, naturalmente. Può anche essere invitato altrove, con una sedia meno simbolica e una luce meno centrale. Il punto è proprio questo: la libertà resta intera sulla carta e si assottiglia nei dettagli.
La prolusione inaugurale è un gesto simbolico. Toglierla dopo una polemica è un gesto altrettanto simbolico. Il resto è arredamento verbale: strumentalizzazioni, opportunità, sensibilità, contesto. Parole eleganti, presentabili, capaci di fare il lavoro sporco senza sporcarsi le mani. Per anni De Luca è stato letto, premiato, ascoltato, difeso da quel mondo culturale.
Una voce adottata come coscienza critica. Solo che la coscienza critica, a un certo punto, può criticare anche la propria famiglia. E la famiglia, in quel momento, smette di applaudire. Nel merito si può discutere tutto. La parola sionismo. La distinzione tra massacro e genocidio.
Il rapporto tra dolore palestinese, diritto di Israele a esistere, Hamas, OLP, due Stati. De Luca ha usato parole sue, discutibili come tutte le parole vive. Il problema nasce quando la discussione lascia il campo alle misure preventive. Quando l’obiezione diventa igiene dell’evento. Quando un festival letterario, invece di ospitare il conflitto delle idee, preferisce accordare gli strumenti prima che qualcuno suoni una nota stonata. Il risultato è un piccolo capolavoro involontario.
Per evitare la strumentalizzazione, «Salerno Letteratura» ha prodotto la strumentalizzazione perfetta. Per proteggere la propria apertura, ha reso memorabile l’assenza. Per mettere ordine nel programma, ha consegnato a De Luca la frase che resterà più del programma stesso. Il festival continuerà. Gli incontri si faranno. Le sedie saranno occupate, i microfoni accesi. Resterà però quella pietanza servita in tavola: la censura col tovagliolo della precauzione. Da capire se a questo episodio ne seguiranno altri. Non è da escludere. Eppure, come diceva Andy Warhol, «purché se ne parli».
