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Mafiosamente sfacciati – L’EDITORIALE

Mafiosamente sfacciati – L’EDITORIALE
Il procuratore di Bari, Roberto Rossi

Minacciare di morte un magistrato su un social network. Scrivergli che a Foggia lo aspettano i proiettili. E farlo pubblicamente, sotto un’intervista, come se fosse la cosa più normale del mondo. È questo l’aspetto che più impressiona delle intimidazioni al procuratore Roberto Rossi. La disinvoltura. La convinzione di poter dire certe cose senza neppure nascondersi.

Non sappiamo chi ci sia dietro quei messaggi. Un mafioso, un aspirante tale o un esaltato. Lo accerteranno gli investigatori. Ma sarebbe un errore liquidare la vicenda come una bravata, anche se l’autore non avesse alcun legame con i clan. Il problema è proprio questo: la mafia può perdere uomini, denaro, potere, ma continuare a vivere nella testa delle persone. E in certi territori questa è forse la battaglia più difficile da vincere.

Rossi aveva parlato nell’intervista al nostro giornale di sequestri e confische. Di come si possa colpire la criminalità organizzata sottraendole ciò che le consente di comandare. E negli ultimi anni magistratura e forze dell’ordine hanno ottenuto risultati importanti. Boss arrestati, patrimoni confiscati, organizzazioni indebolite. Eppure c’è ancora chi considera il mafioso un modello da imitare.

La Commissione parlamentare Antimafia ci dice che armi, soldi e potere ostentati sui social continuano ad affascinare soprattutto i più giovani. Ecco perché la solidarietà a Rossi, sacrosanta, non può esaurirsi in un comunicato. La risposta deve arrivare anche dalle scuole, dalle famiglie, da chi ogni giorno vive e lavora in quei territori. Le indagini ci diranno chi ha scritto quelle minacce. Ma c’è una questione che riguarda tutti, e che nessuna indagine può risolvere da sola: impedire che qualcuno cresca pensando che stare dalla parte della mafia sia una scelta possibile.