Pin diventa un fumetto. Il personaggio di Mingo De Pasquale avrà un libro disegnato da Giuseppe Sansone, autore di «Topolino», al lavoro da tre anni. «Ha finito le bozze, potrebbe uscire a febbraio o marzo 2027», rivela in anteprima l’attore barese. Sansone ha un figlio autistico e ha già firmato Matteo contro lo spettro autistico. È il nuovo capitolo di Mica scemo, nato con l’associazione Vinci con Noi, presieduta da Stefania D’Elia: dal corto Pin… Mica scemo!, diretto da Antonio Palumbo, ai minifilm della serie social Il mondo di Pin, scritti e diretti da Mauro Dalsogno. Al centro, un adulto autistico non verbale e i pregiudizi quotidiani, per interrogarsi anche sul «dopo di noi».
Dal cortometraggio alla serie social: quando ha capito che Pin aveva ancora molto da raccontare?
«A New York, durante la Settimana della lingua italiana nel mondo, proiettarono il video di due minuti ed ebbe un consenso molto forte. Ricordo che alcuni dicevano: “Rivedo nel tuo personaggio mio padre”, altri “mio fratello”. Lì ho capito quanto il personaggio di un adulto funzionasse. Ne parlai con Stefania D’Elia e decidemmo di fare una serie per Instagram, Facebook e YouTube, anche per il pubblico più giovane. Oggi i social contano anche più della televisione. Ogni clip dura un minuto e racconta una situazione reale, indicata da Stefania. Mauro Dalsogno la scrive e la dirige, partendo da esperienze vissute».
Perché ha scelto proprio un uomo sopra i cinquant’anni, con una forma grave di autismo?
«Perché siamo abituati a vedere bambini con autismo. Un uomo sopra i cinquant’anni quasi non lo vediamo, neppure al cinema. Pin non parla, comunica con i gesti. Ho immaginato che indossasse sempre la stessa tuta azzurra, per caratterizzarlo. Vive situazioni comuni, al bar, alla fermata dell’autobus, in piscina con il fratello. In una storia si fa la pipì addosso mentre aspetta l’autobus, qualcuno lo aiuta e qualcuno lo giudica. In un’altra si toglie il costume in piscina. Può creare imbarazzo se non siamo abituati a comprenderlo. L’autismo non ha necessariamente segni visibili. Non puntiamo il dito contro chi giudica, manca la conoscenza. È questo il riflettore che vogliamo accendere».
Come ha evitato che il racconto diventasse soltanto sofferenza o sentimentalismo?
«Mi piace raccontare la parte poetica di Pin, con ironia e denuncia. Risolve situazioni che i cosiddetti “normali” non risolvono. Ma poi la normalità forse non esiste, io sono diverso da te, da mio padre, siamo ognuno diverso dall’altro. Abbiamo immaginato un suo mondo e una voce di pensiero, che alla fine di ogni episodio dice la sua. Sono riflessioni che commuovono gli spettatori. Non sappiamo come funzioni il pensiero in certe forme di autismo, ma ci piace immaginare quella voce. E alla fine arriva: “Sono autistico, mica scemo”. È una provocazione contro un pregiudizio ancora vivo. Magari un giorno non useremo più quella frase e Pin continuerà a vivere nella sua quotidianità».
Che lavoro ha fatto sul corpo e sui gesti per non scivolare nella caricatura?
«Ho cominciato giovanissimo come imitatore, poi il teatro e a Roma il mimo e l’improvvisazione. Ho sempre lavorato con il corpo, ma conoscevo poco l’autismo. L’incontro con Stefania è stato casuale. Ho passato sei mesi con i ragazzi dell’associazione, osservandoli. Stefania mi spiegava il perché di quei movimenti. È stato formativo anche umanamente, ho visto la sofferenza dei genitori. Ero incuriosito, ma spaventato, venivo dalla tv e rischiavo di essere poco credibile. Alla prima del corto a Bari nessuno rivedeva il Mingo della tv. Pin era credibile. E non parlare è molto difficile, devi fare tutto con i gesti e con lo sguardo».
Quale risposta arriva dai ragazzi e da chi vede i vostri minifilm?
«Facciamo proiezioni nelle scuole e dibattiti. Anche un bambino delle elementari capisce le storie, sono semplici e forti. Il confronto con i ragazzi dopo la proiezione è sempre molto interessante. Mi chiamano agli Ordini dei medici e nelle università. Abbiamo ricevuto premi, la formula funziona. Dobbiamo entrare noi nel mondo delle persone autistiche e comprenderlo. C’è un rovescio drammatico, la sessualità e le difficoltà della vita adulta con un autismo grave. Sono aspetti che nella serie non abbiamo ancora affrontato. Per ora raccontiamo soprattutto la parte poetica, senza rinunciare alla denuncia».
Oltre al fumetto, pensa ancora a un film? E che cosa vorrebbe chiedere alle istituzioni?
«Stiamo sperimentando una finta diretta su Instagram, girata col telefonino in verticale. Usato con intelligenza, questo mezzo arriva a tante persone. Voglio provare linguaggi diversi, senza banalità. Inoltre, da gennaio, la serie social la potrete vedere su Ciak Tv, una nuova web tv che parla esclusivamente di cinema e di arte. E aggiungo che alcune produzioni romane sono interessate a un lungometraggio. Ho sempre detto che il taglio deve essere quello della commedia, come Quasi amici. Se trasformiamo tutto in dramma la gente scappa; col sorriso la denuncia arriva più forte al cuore. E speriamo anche nelle istituzioni. Perché quello che manca, o è ancora troppo poco, è il “dopo di noi”. I genitori si chiedono: quando mio figlio sarà grande e io non ci sarò più, che fine farà? È questa la preoccupazione delle famiglie».
