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La violenza e la capacità di dire dei no

La violenza e la capacità di dire dei no

Ogni fenomeno psichico è complesso e non può essere ridotto a una sola causa. Anche la violenza che attraversa oggi le relazioni dei sistemi umani e molti comportamenti individuali dunque va letta dentro uno spettro ampio di variabili: psicologiche, educative, familiari, culturali, last but not least comunicative. Senza questa analisi, ogni giudizio resta parziale.

La violenza appare come uno dei sintomi più evidenti di un collasso psichico, di un disagio ingravescente dei giovani al quale il Covid ha dato un ulteriore colpo. La pandemia ha inciso su un contesto già segnato da una riduzione della tolleranza, da una crescente incapacità di sopportare la frustrazione. Il punto decisivo è proprio questo: perché la tolleranza alla frustrazione si è così abbassata? Una parte della risposta sta nel cambiamento profondo delle coordinate educative. Dopo il secondo dopoguerra, i genitori hanno cercato di offrire ai figli un’infanzia diversa da quella delle generazioni precedenti, assai più dure e più rigide.

In pedagogia è arrivata un’ondata di permissivismo, da Spock; in psicologia si è affermata la spinta a comprendere, ascoltare, giustificare. Tutto questo ha avuto aspetti preziosi, perché ha liberato l’infanzia da molte catene, ha regalato maggiore gioia e centralità assoluta in famiglia. Ma ogni conquista può produrre anche il suo rovescio. L’educazione contemporanea ha cercato giustamente di ampliare la possibilità dei bambini di esprimersi.

Anche esperienze pedagogiche fondamentali, come quella montessoriana, hanno riconosciuto al bambino libertà, autonomia e dignità. Ma questa libertà, se priva di argini adatti ai singoli individui, rischia di trasformarsi in assenza di confini. Mancano i muri simbolici, limiti adeguati al contesto, la capacità di dire e dirsi no. È un’esperienza comune. Si entra in un bar o in un ristorante e capita di vedere bambini lasciati liberi di gridare e imporsi, senza che gli adulti intervengano. I bambini sono sempre più pochi e, proprio per questo, vengono caricati di uno statuto privilegiato.

I genitori, in nome della libertà espressiva del figlio, finiscono talvolta per sottrarsi al compito più difficile: contenere, orientare, educare. Trasmettere la necessità di tener conto dell’altro. Eppure la violenza non è estranea all’umano. Nell’essere umano esistono forze primitive, anche aggressive, che devono essere governate ed educate. La violenza può avere senso solo in un contesto estremo: la difesa. Il problema nasce quando questa energia viene usata fuori contesto. Quando non difende ma aggredisce, non protegge ma distrugge. A questo si aggiunge l’effetto amplificatorio dei social e della comunicazione di massa.

La violenza viene mostrata, rilanciata, riprodotta. E noi impariamo anche per imitazione. Quei contenuti incidono sulle persone, soprattutto su chi ha già fragilità familiari, personali, psicologiche o predisposizioni che avrebbero bisogno di essere corrette e tenute a freno. Se poi il contesto incoraggia il narcisismo si ha un apparente rafforzamento di identità ma che è di specchio, fragilissima. Facile attaccare per non essere attaccati, nella spirale consueta della violenza umana.