Venerdì 22 maggio, a partire dalle 10, il Multicinema Galleria ospita la giornata di studio «Arte pubblica e pratiche sociali», momento conclusivo e di approfondimento critico del progetto «Spazi di Transizione. Verso Costa Sud», festival internazionale promosso dall’Accademia di Belle Arti di Bari. Dopo le attività svolte a dicembre 2025, l’appuntamento riapre il confronto tra pratiche artistiche, ricerca teorica e progettazione urbana, assumendo il paesaggio costiero barese come campo di indagine e di possibile rigenerazione.
Al centro della giornata ci saranno il rapporto tra arte e comunità, le forme della partecipazione, la cura dei luoghi e il valore delle pratiche condivise nello spazio pubblico. La mattina sarà dedicata alla sessione «Cantieri / Zona di Interesse», con gli interventi di Maria Giovanna Mancini, Martina Angelotti e del collettivo viennese WochenKlausur. Nel pomeriggio, la sezione «Racconti / L’immagine mancante» intreccerà architettura, paesaggio e progetto urbano, con la proiezione del film di Ila Bêka e Louise Lemoine dedicato allo studio Topotek 1 e l’intervento di Martin Rein-Cano. Alle 16.45 sarà proiettato il film Spazi di transizione. Verso Costa Sud, firmato dal regista barese Giacomo Scoditti, un lavoro ibrido e sperimentale, costruito come restituzione visiva e interpretazione autoriale del progetto. Attraverso un montaggio non lineare, il film mette in relazione il festival e il territorio di Costa Sud, facendo emergere vulnerabilità ecologiche, trasformazioni silenziose, resistenze di corpi e luoghi.
Il suo film rifiuta la forma del semplice documentario istituzionale. Da quale esigenza nasce questa scelta?
«Il festival ha dato vita a un’intensa comunità di riflessioni, tra artisti, architetti, docenti e studenti. Queste riflessioni riguardano l’utilizzo del digitale e delle nuove tecnologie e partono tutte da uno stesso punto: lo spazio pubblico, il luogo fisico. Il festival si è mosso su una linea invisibile che collega proprio lo spazio digitale allo spazio reale. Con le curatrici Antonella Marino, Marilena Di Tursi e Antonella Mari, abbiamo pensato allora di raccontare il festival seguendo questo filo tra materiale e immateriale. E per farlo la cosa più sensata ci è sembrata accostare, in un montaggio alternato e liberamente associativo, le immagini del festival a quelle del luogo fisico, di Bari-Costa Sud, da cui tutto è partito. Ci piacerebbe che durante la visione di questo film-catalogo, che ci sembra la definizione più corretta, chi lo guarda possa sentire che il festival si sta direttamente rispecchiando nella costa e viceversa: un ritrovarsi silenzioso, ma anche una reciproca contaminazione».
Quale immagine di Costa Sud ha cercato di far emergere attraverso questo lavoro?
«Nessuna immagine in particolare. Mi sono mosso sulla costa per tre settimane, cercando di mantenere uno sguardo quasi infantile e lasciandomi coinvolgere dal paesaggio, umano, animale, naturale e urbanistico. Credo ne venga fuori l’immagine di un paesaggio molto fragile. È una zona di città liminale, non integrata né esclusa. Il tempo sembra chiuso dentro ai ruderi perenni e alle case fatiscenti dalla nascita. Un luogo di passaggio in cui il suono è dominato dall’assordante passaggio di macchine. Ma è anche una zona in cui la città cede il passo alla natura. E sotto questa superficie ci sono delle forze naturali che resistono e si muovono, che meritano di essere raccontate. Spero che le opere di riqualificazione in atto possano essere importanti in questo senso».
Quanto è stato importante, per lei, rappresentare l’instabilità del territorio, lasciare spazio alle fratture e a ciò che normalmente resta fuori campo?
«Girare a Costa Sud mi ha dato il privilegio di uscire per un attimo dalla solita fotografia della Bari da cartolina e attraversare una zona di città che si presenta come una zona d’ombra. Ora, raccontare questa parte di città non significa per me necessariamente fare inchiesta, ma anzi gli spazi vuoti e le fratture sono spesso dei varchi narrativi per trovare l’imprevedibile, che è quello che più cerco. Visitando le case dei residenti e il loro organizzare l’abitare, ho avuto la percezione in molti casi di un genuino senso di libertà e indipendenza».
«Spazi di transizione» ha intrecciato arte pubblica, pratiche sociali e rigenerazione urbana. In che modo il cinema può contribuire a tale rigenerazione e a leggere questi processi senza ridurli a pura testimonianza o a racconto promozionale?
«Il cinema può contribuire se mostra la profondità delle cose e apre la mente a nuovi collegamenti, ma anche a spazi del cuore che sembravano assopiti. Durante il festival si è detto di come l’urbanistica sia la manifestazione del modo di essere di una società, quindi riflette il nostro essere. Da totale ignorante di urbanistica, l’ho trovato un concetto illuminante e penso che il cinema in questi casi serva a rendere visibili queste riflessioni fondamentali. Il rapporto della costa col mare in questo è fondamentale».
