Voglio dirlo subito e chiaramente, a scanso di ogni possibile equivoco: chi lancia sassi e bombe carta, chi devasta, chi picchia è un criminale. Non un manifestante. E come tale deve essere identificato, processato e, se riconosciuto colpevole, condannato. Deve risarcire fino all’ultimo centesimo i danni provocati. Senza sconti, senza giustificazioni.
Ma le violenze di pochi non possono cancellare le ragioni della protesta di tanti. Dietro quella rabbia c’è anche una generazione che guarda al futuro con paura. Ragazzi che chiedono di essere ascoltati, che cercano un posto in una società nella quale faticano a riconoscersi. Questo non giustifica un solo sasso lanciato, una sola vetrina distrutta. Ma impone di interrogarsi sulle cause di un malessere che non nasce e non finisce nelle strade di Milano. E non è soltanto una questione generazionale.
Dalla Puglia è partita la mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori, ormai estesa a tutto il Sud. Proteste diverse, certo, ma attraversate da una stessa inquietudine: l’incertezza del domani.
C’è chi teme di perdere il proprio lavoro e chi teme di non trovarne mai uno. Sarebbe gravissimo utilizzare le devastazioni di Milano come un alibi per voltarsi dall’altra parte. O, peggio, per trasformare tutto nell’ennesima rissa politica, con la destra contro la sinistra e viceversa. Il solito copione nel quale tutti accusano tutti e nessuno risolve niente.
Lo Stato deve garantire l’ordine pubblico. Ma la politica deve dare risposte. Concrete, immediate. Perché la rabbia non si spegne con gli idranti e il disagio non si risolve con le promesse. Nessuna giustificazione per la violenza, nessun alibi per l’immobilismo della politica.
