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Il “Mao ter” e il terremoto dell’anno 2100

Mentre le cancellerie internazionali restano ipnotizzate dalle oscillazioni dei mercati e dai conflitti di confine, un terremoto silenzioso sta ridisegnando le gerarchie del potere mondiale. Non si combatte con i missili, ma con le culle. Il declino demografico della Cina non è più un’ipotesi statistica; è un «rinoceronte grigio» che sta già caricando il cuore del sistema economico globale.

I nostri politici si accapigliano su venti milioni di africani che vorrebbero stabilirsi in Europa – ignorando che quegli stessi migranti sono l’unica risorsa possibile per un continente in coma demografico – e i Salvini o i Le Pen di turno scambiano la Storia con la propaganda da cortile.

Ma la vera, immensa ristrutturazione in atto non riguarda chi si sposta, ma chi scompare. Parlo del dimezzamento della popolazione cinese: il più grande fenomeno demografico della storia umana.

Il crollo del Gigante e il genio «Mao ter»

In Cina, 700 milioni di individui non vanno da nessuna parte: semplicemente non nascono. Entro la fine del secolo, la popolazione cinese passerà da 1,4 miliardi a circa 700 milioni. È un crollo che fa impallidire quello della ex URSS post-1989. Povero Putin: questa è una tegola non da poco per chi sogna ancora imperi territoriali. Ma la Cina non è la Russia; la Cina ha capito che il futuro non è nel «Black Gold» (petrolio e forza d’urto militare), ma nel «Grey Gold», la materia grigia.

La lezione di Berkeley: Sociologia vs Economia

Ricordo quando, ospite della faculty a Berkeley, condividevo il tavolo della colazione con gente intelligente fra cui occasionali premi Nobel. Astronomia. Chimica. Fisica. Era prassi che qualcuno parlasse per una decina di minuti, fra un toast ed un caffè, solo per lanciare una provocazione. Regola non scritta, ma rispettata da tutti, non si dibatteva, si ascoltava. Era un cadeaux che veniva fatto a tutti di prima mattina. Un giorno, un sociologo – non un economista, che dopo Malthus sono gli ultimi a percepire gli impatti demografici – spiegò la crisi imminente e ineluttabile del Giappone. Sembrava una bestemmia. Il Giappone era la grande potenza asiatica in crescita iperbolica. Grazie agli USA, non bisogna dimenticarlo. Ma il sociologo in una chiacchierata fra toast. burro e marmellata disse: il tempo del grande sviluppo del Giappone finisce fra poco. Non è questione di mercati, ma di assestamento demografico: invecchiamento, pensioni lunghe, fine della spinta vitale. Il tempo gli ha dato ragione: il Giappone è scivolato dal podio mondiale. L’Italia, per analoghi motivi, non riesce a uscire dal buco nero del suo debito anche perché, come vedremo fra poco, l’ISTAT continua a misurare la ricchezza Paese con il Pil, misura trogloditica dell’epoca che fu.

Il genio di Xi Jinping: il «Mao ter»

Ho sempre avuto simpatia per Mao (che chiamo «Mao 1»). Al di là delle beghe interne teologiche marxiste, con l’URSS, Mao (1) è il liberatore che cambiò la struttura politica cinese. Poi venne «Mao 2», Deng Xiaoping, che introdusse l’imprenditoria nel Partito comunista. Entrambi puntavano sulla massa oceanica della popolazione. Ma Xi Jinping è un genio politico di tipo nuovo: il «Mao 3».
Xi sa che la popolazione cinese si dimezzerà entro il secolo e sa che la diminuzione è già sensibile: tra il 2024 e il 2030 la forza lavoro inizierà a contrarsi drasticamente. Come la mettiamo con l’espansione dell’economia e la sfida con gli USA? Xi ha preso due decisioni geniali:

  • Tecnologia totale: ha sviluppato l’economia dell’informazione e l’AI non solo per le armi, ma per ogni produzione di mercato.
  • Infrastruttura del Sapere: ha lanciato un programma colossale di strade, porti e ferrovie per collegare il mondo alla Cina.

Xi ha deciso che i prodotti cinesi vinceranno non più per il basso costo della mano d’opera, ma per l’eccellenza tecnologica interna distribuita su una rete proprietaria. È il passaggio dalla quantità alla qualità del sapere.

La sfida globale: Il GDKP e la fine del GDP

Con il dimezzamento cinese e la crescita dell’India (che nel 2100 avrà il doppio degli abitanti della Cina), le basi demografiche tra USA e Cina diventano confrontabili. La vera sfida non è più militare, ma è il GDKP (Gross Digital Knowledge Product).

L’economia classica, inclusa quella marxista, va in pensione. Con Internet e l’AI, l’epoca della gerarchia del benessere internazionale per la produzione di beni materiali è terminata. Ed è da mandare in pensione anche la conflittualità legata a quel tipo di modello.

Cina e USA, son già in guerra, si confrontano sulla produzione del sapere. In questo scenario, l’Europa è la grande assente. L’Italia ha deciso di non esistere. Se l’Europa volesse «battere un colpo», dovrebbe guardare all’Africa, l’unico continente con una crescita travolgente (4 miliardi di persone al 2100). È la grande carta per essere al passo con le potenze mondiali. Ma cosa dare all’Africa per coinvolgerla nello sviluppo europeo?

Il vero «Piano Mattei» per l’Africa: ENI SAPERE

Sbaglia clamorosamente chi crede che i problemi di fine secolo vadano affrontati fra qualche decennio. Il 2100 è già qui. La Cina di «Mao ter» ha già cambiato marcia. Xi Jinping è un genio. I finanziamenti totali per ll BRI hanno superato i mille miliardi di dollari, e i Paesi coinvolti sono diventati 150, specie nell’Asia e Africa (!)

L’India è il primo paese al mondo che intende calcolare il PIL sapere, (GDKP). Modestamente chi scrive su questo giornale ha creato il primo modello di GDKP. È stato più facile farsi sentire dal ministro delle Finanze indiane, ormai quarta potenza economica al mondo, che ha citato ufficialmente nella riunione di tutti i ministeri a raccolta per il GDKP, che farsi ascoltare da funzionari ISTAT.

L’ONU a ottobre parlerà di «Beyond GDP», (Pil in italiano) ma noi saremo a Bangalore per presentare il Prototipo GDKP India (Pil Sapere India). Mostreremo che la ricchezza delle nazioni non si misura più con i corpi, ma con la conoscenza digitalizzata. Ma io spero sempre che al Governo italiano qualcuno dica all’ISTAT di mettere giudizio. Benvenuti Governo e opposizione a parlare delle emergenze vere come fa la Cina o a suo modo l’India. Perché per l’Italia l’errore dell’ISTAT è più drammatico ignorando che, senza giovani, il PIL è una condanna a morte. Differita di qualche anno, ma inevitabile.

L’Italia vive un’emergenza totale. Occorrerebbe un governo – e una opposizione – che capiscano che la vera emergenza nazionale è la produzione del sapere. Invece di ponti sullo Stretto, che non servono a nessuno, meno che mai alla Sicilia, bisogna usare quei fondi per dotare la nazione di una rete sapere fra tutte le università e centri ricerca. Dovremmo creare una «IRI del Sapere» da promuove in Africa. Anzi ancora meglio. L’ENI, con l’enormità delle risorse che raccoglie, dovrebbe essere chiamata a sviluppare una «ENI Sapere». I ponti sullo Stretto sono iniziative antidiluviane. Questo è il vero «Piano Mattei»: non tubi per il gas fossile, ma infrastrutture per il «Grey Gold». Ma chissà se l’ENI lo capirà.

Chi non lo capisce è destinato a scomparire, proprio come quei 700 milioni di cinesi che non nasceranno mai.

Umberto Sulpasso è Senior fellow digital Center for future- Annemberg school, University of Southern California

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