Cannes è il posto più ipocrita del mondo. E forse è proprio per questo che ci piace tanto. No, non parlo dell’ipocrisia minuta, quella dei sorrisi di circostanza, delle pacche sulle spalle tra attori che si detestano, dei produttori che fingono di adorare film che non vedranno mai una seconda volta. Quella è fisiologia umana. Parlo di un’altra ipocrisia, più grande e sofisticata. Quella di un sistema che continua a raccontarsi come il tempio del cinema mentre somiglia sempre di più a una fiera del potere culturale globale.
Cannes è manifesto di un mondo che ama definirsi ribelle mentre difende il proprio establishment. Ogni maggio migliaia di persone arrivano sulla Croisette con l’aria di partecipare a qualcosa di sacro. Registi, critici, attori, giornalisti, influencer. Un pellegrinaggio. Luci spente. Silenzio.
Poi fuori dalla sala c’è un’altra scena, meno poetica. Distributori. Piattaforme. Trattative. Agenti. Campagne di posizionamento. Guerre tra uffici stampa. Film trasformati in titoli finanziari. Una volta Cannes era il luogo della scoperta. Oggi assomiglia a una Borsa internazionale dove invece delle azioni si quotano reputazioni. Non si misura soltanto il valore di un’opera. Si misura il suo potenziale simbolico. E attenzione: non è una critica al denaro.
Il denaro nel cinema c’è sempre stato, bene così, evviva evviva. Il problema è la recita. Perché Cannes continua a mettere in scena la favola romantica dell’arte pura. Si finge ancora che il cinema sia fuori dalle logiche del potere. Ma il cinema è potere. Ed è forse il potere culturale più elegante che esista: riesce persino a convincerti di non esserlo. Poi però ci sono dettagli che raccontano più dei comunicati stampa. Per esempio gli applausi.
A Cannes esiste una nuova disciplina olimpica, il conteggio delle standing ovation. E viene da chiedersi: stiamo misurando i film o l’evento? Perché a volte la standing ovation dura più del ricordo del film. E allora il sospetto viene, che il festival stia spostando il suo centro di gravità. Dall’opera alla sua narrazione. Dal cinema alla vetrina social. Una volta il film produceva l’evento. Oggi spesso sembra accadere il contrario. E perfino il verdetto finale racconta qualcosa.
Quest’anno la Palma d’Oro è andata a «Fjord» di Cristian Mungiu. Un film sulle collisioni culturali, sulle identità, sulle fratture tra visioni del mondo. Un grande tema del presente. Legittimo. Ma viene da chiedersi se Cannes scopra ancora il cinema o se, qualche volta, finisca per premiare i film che fanno sentire la sala dalla parte giusta della Storia. Poi c’è un’altra contraddizione. Il cinema contemporaneo ama raccontare gli ultimi. Periferie, guerre, povertà, migranti, ferite sociali. Benissimo. È giusto. Ma a volte viene da farsi una domanda: chi guarda questi film? Chi li applaude? La scena è curiosa.
Sullo schermo due ore di dolore, marginalità e tragedia. Fuori una gigantesca macchina culturale che continua a raccontarsi come controcorrente. Sia chiaro, non c’è nulla di male nel lusso. Il lusso è bellissimo, il lusso è motore economico. Il cortocircuito nasce quando si traveste da anticonformismo. Esiste una distanza enorme tra il mondo raccontato e il mondo che ascolta. Il rischio è che una parte del cinema d’autore si trasformi in una forma di lusso morale: la sofferenza osservata a distanza di sicurezza.
Ogni anno Cannes sembra avere la sua causa ufficiale, la sua postura morale collettiva. Dichiarazioni, appelli, prese di posizione. Ma una domanda resta: quanto c’è di autentico e quanto di rituale? Perché quando una posizione diventa obbligatoria smette di essere una posizione. Diventa un linguaggio.Il punto non è tenere la politica fuori dal cinema. Il punto è chiedersi se il cinema stia ancora rischiando qualcosa o stia semplicemente confermando ciò che un’élite culturale pensa già. Perché la provocazione vera non è dire quello che tutti applaudono. È dire qualcosa che può perfino disturbare.
Continueremo a guardare Cannes, certo. Come si guardano i salotti: non perché dicano la verità, ma perché mostrano benissimo chi comanda davvero. E Cannes continua a parlare di libertà. Forse è questo il suo talento più grande, convincere tutti di essere contro il sistema mentre ne rappresenta il lato più radical chic.
