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Sorveglianza digitale – I giovani di oggi, poveri di reddito ma ricchissimi di dati

Sorveglianza digitale – I giovani di oggi, poveri di reddito ma ricchissimi di dati

C’è un paradosso feroce nel modo in cui trattiamo le nuove generazioni. Per l’economia sono fragili, intermittenti, posticipabili. Per le piattaforme sono perfettamente leggibili. Non hanno abbastanza reddito per costruirsi un presente, ma producono ogni giorno dati, preferenze, movimenti, desideri. Poveri per lo Stato. Preziosi per il mercato digitale.

Nel 2025, nell’Unione europea, il 24,2 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni era a rischio di povertà o esclusione sociale. Quasi uno su quattro. In Italia la quota sale al 25,1 per cento, contro il 22,6 della popolazione complessiva. Non è una periferia statistica. È una condizione di massa. Eppure continuiamo a raccontarla come una somma di fallimenti individuali: non si impegnano, non accettano sacrifici, vogliono tutto e subito. È il modo più rapido per assolvere un sistema che pretende adulti pronti e consegna loro vite provvisorie.

L’indicatore europeo non misura soltanto chi manca dei beni essenziali. Tiene insieme redditi insufficienti, gravi privazioni materiali e sociali, famiglie con pochissimo lavoro. Dentro quel numero ci sono rinunce meno spettacolari: una visita rimandata, un affitto impossibile, un corso abbandonato, una cena evitata perché anche partecipare alla vita sociale costa. La povertà giovanile non sempre si vede. Spesso studia, lavora a intermittenza e sorride nelle fotografie.

Il dato italiano è migliorato: nel 2015 i giovani esposti al rischio erano il 33,3 per cento. Oggi sono oltre otto punti in meno. È un progresso, ma non un’assoluzione. Se un giovane su quattro resta fragile, il problema non è risolto: è diventato più presentabile. Abbiamo imparato a festeggiare la discesa della percentuale senza chiederci quanto sia ancora indecente il livello da cui stiamo scendendo.

Poi c’è l’altro lato della storia. Lo stesso giovane che non riesce ad affittare una casa viene osservato con precisione industriale. Le piattaforme conoscono ciò che guarda, quanto resta, dove si ferma, cosa desidera. Non gli riconoscono stabilità, ma gli attribuiscono un profilo. Non gli offrono autonomia, ma acquisti a rate. Non sanno come garantirgli un futuro, ma sanno quale pubblicità mostrargli alle 23.47.

È questa la nuova asimmetria. La società conosce i giovani meglio di quanto li protegga. Li misura, li segmenta, li anticipa. Ma quando chiedono salari, casa, servizi e tempo, improvvisamente diventano opachi. Mancano i dati, mancano le risorse, mancano le condizioni. Il sistema digitale prevede il prossimo clic, quello politico non riesce a rendere possibile il prossimo passo.

C’è anche una forma di controllo che non ha bisogno di telecamere. È la dipendenza economica. Chi non può permettersi di perdere un reddito ha meno libertà di dire no. No a un lavoro sottopagato. No a uno stage infinito. No a una relazione sbagliata. No a una città diventata troppo cara. La fragilità non sottrae soltanto beni: restringe lo spazio della decisione. E una generazione con poco potere contrattuale è più facile da disciplinare.

Chi può contare sulla famiglia riceve una stanza, una bolletta pagata, una rete di sicurezza. Chi non può resta solo davanti alla stessa precarietà. Così la disuguaglianza si moltiplica: non soltanto tra giovani e adulti, ma tra giovani protetti e giovani esposti. Il merito parte da blocchi diversi e poi finge che la gara sia stata uguale per tutti.

Per questo non bastano bonus, bandi, piattaforme e programmi dai titoli altisonanti. Servono salari, accesso alla casa, servizi, formazione che non diventi parcheggio. Serve una politica dell’autonomia, non l’ennesima pedagogia della resilienza. Non possiamo chiedere ai giovani di resistere meglio a un presente costruito male.

Continuiamo a chiamarli futuro. Intanto li rendiamo poveri di possibilità e ricchissimi di informazioni da vendere. Ci chiediamo perché rinviino le scelte di vita. Poi chiediamoci chi guadagna mentre la loro vita resta in attesa.