Sul frontespizio dell’accademia di Platone c’era scritto: «Non entri chi non è matematico». Matematico si intende di quelli appassionati ai «matema», non tecnici dell’algebra o della geometria. Sul frontespizio di chi concede il Nobel dell’economia dovrebbe essere scritto, non si consideri economista chi non ama la letteratura. La letteratura infatti, è la disciplina regina che sottende l’economia, quella vera si intende, sociale, culturale e politica. Senza letteratura non c’è economia. E dubbi non ci sono che la madre della letteratura è la poesia.
Se il calcio è poesia Franco Baresi «mitico libero» diventerà leggenda. Un triestino, Nereo Rocco, inventò il ruolo di libero. Nel senso che mentre terzini e mediani del Padova, erano doverosamente applicati a picchiare il proprio avversario se mai gli fosse presa vaghezza di fare goal, il «Libero» di Nereo Rocco poteva «liberamente» picchiare chiunque, e lo faceva coscienziosamente in tutte le zone del campo con dedicato impegno.
Quel picchiare non era brutalità. Era arte. Un po’ primitiva ma arte era. Franco Baresi era arte di libero per genialità di visione.
Gli Intellettuali che dicono del calcio «è solo un gioco», non capiscono l’arte in ogni gesto calcistico di Baresi, perdono l’occasione di cogliere una dimensione poetica della vita forse fra le più grandi, e comunque l’unica comune a tutte le classi sociali, apprezzabile dallo spirito poetico in ricchi e poveri, potenti e poveracci, schiavi e padroni, i cui poeti – caratteristica unica dell’attore – vengono da tutte le classi sociali. Nessuna esclusa. Ghetti e lussuose residenze. Sul campo c’è solo l’artista.
Il calcio è poesia? «Sempre caro mi fu quest’ermo colle…» è l’equivalente del calcio a due in area juventina che Maradona pennellò per fare goal nell’angolo opposto a quello dell’incolpevole Tacconi: che si inchinò, come dovuto, al sommo poeta.
«La bocca sollevò dal fiero pasto…» è l’equivalente dello sguardo indimenticabile di Totti per il rigore all’ultimo minuto che ci aprì la strada a campioni del mondo. Totti è anche lui un poeta. Se il portiere avesse parato, non ho dubbi che il divino Francesco sarebbe andato ad azzannargli il cranio. Ma il portiere vide quello sguardo.
Il calcio è poesia dell’effimero. Chi scrive è convinto che la suprema arte dell’effimero sia la corrida, che non è uno sport, ma è tragedia greca fatta rivivere in una arena ad uso e consumo di chi la capisce. Espartaco che attende a Siviglia l’uscita inferocita del toro inginocchiato e lo chiama col capote sulla sinistra per farselo passare al galoppo davanti al petto sulla destra, (larga cambiada) e rifà all’incontrario lo stesso giochino, col toro che corre con la sua mezza tonnellata a dieci centimetri dal petto, è sommo poeta tragico che rischia la vita per il momento in cui sente dire «ole’».
La sfida
Il calcio depurato dal pericolo di vita, tranne forse quando Zico incontrava Gentile, è immediatamente dopo la corrida, la summa arte dell’effimero, nettamente superiore al teatro perché è all’aperto, ed è strabiliante nella democraticità vera del poeta e dello spettatore. Garrincha veniva dagli slam. Veltroni purtroppo era juventino. Se per La Russa come al contrario dei personaggi di Piasecky forse ci sarà salvezza, è perché la fede interista avrà fatto il miracolo. Io non dispero.
Franco Baresi era di professione «libero», di natura umana genio, è stato Mito che diventerà Leggenda. Ci sono tre personaggi in quel ruolo che rappresentano l’arte calcistica al meglio. Scirea, Beckenbauer e Baresi. Franco di suo ci metteva una modestia personale di comportamento che lo poneva al di sopra delle rissosità di club. Franco era serio, non triste, era pronto a prendere il vero in un gioco che non è gioco ma è vera simbologia della democrazia, degli attori e dei fedeli spettatori. Dio e la Uefa ci salvino da Infantino che lo vuole trasformare il calcio solo in merce. La Uefa dica no a svendere la poesia in sola merce televisiva. Veltroni, La Russa, Baresi ci proteggano. A Malagò siamo persino disposti a perdonare il rischio di non averci fatto correre e di non avere come CT, Mancini, se lotterà per difendere la poesia del calcio contro Infantino. Baresi: da mito a leggenda. Al mio carissimo amico Luca, con cui siamo uniti da una allegra divisione di tifo milanese, ho scritto per dire che partecipavo al suo dispiacere. Lui mi ha risposto con una definizione di Baresi, «classico e modesto» che lo colgono perfettamente. E ha aggiunto il testo di una poesia di cui allego solo il principio perché è il modo migliore modo di ricordare Baresi
O Capitano! Mio Capitano!
Walt Whitman, In memoria di Abraham Lincoln
O Capitano! Mio Capitano! Il nostro terribile viaggio è compiuto;
la nave ha superato ogni tempesta, il premio che cercavamo è conquistato.
Il porto è vicino, odo le campane, il popolo esulta,
mentre tutti seguono con lo sguardo la salda chiglia della nave, fiera e audace.
Ma, o cuore! cuore! cuore!
O gocce rosse che sanguinano!
Là, sul ponte, giace il mio Capitano,
…..
Franco Baresi è un Mito per chi ama la poesia del calcio, che si avvia a diventare Leggenda.
