Di Giovanna Iacovone
Mi ha colpito soprattutto una frase di Giuditta D’Elia: la «comunità che è mancata quel giorno».
Nella brutale aggressione che ha subito al Parco Rossani non c’è soltanto la violenza di chi l’ha colpita. C’è anche la solitudine di una giovane donna costretta a chiamare da sola i soccorsi mentre intorno altre persone guardavano. A Giuditta va tutta la mia vicinanza, insieme all’augurio che possa riprendersi presto dalle ferite fisiche ed emotive che le sono state inflitte. Questa vicenda ci chiede di interrogarci su che cosa significhi rendere uno spazio pubblico realmente sicuro.
La sicurezza richiede controlli, vigilanza e capacità di intervento, ma si costruisce anche attraverso la cura dei luoghi, le opportunità educative, le relazioni sociali e la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte. Il sindaco Vito Leccese ha chiesto alle ripartizioni competenti di verificare con la massima celerità quanto accaduto, anche alla luce delle testimonianze diffuse sui social che segnalano il possibile coinvolgimento di una dipendente della società affidataria della gestione dei bagni pubblici. Nel rispetto delle indagini in corso, le verifiche avviate consentiranno al Comune di approfondire gli aspetti relativi all’organizzazione del servizio e alle modalità di presidio del parco.
Il possibile coinvolgimento di alcuni minorenni rende questa vicenda ancora più dolorosa e pone una questione educativa e sociale che ci chiama in causa come adulti e come istituzioni.
È importante non parlare dei giovani come di un gruppo indistinto: dobbiamo ascoltarli, coinvolgerli e imparare ad affidarci a loro, riconoscendo la pluralità delle loro esperienze. Le ragazze e i ragazzi attraversano gli spazi e le relazioni della città da un punto di vista che spesso ci sfugge. Abbiamo bisogno del loro sguardo per comprendere dove e perché ci si sente meno sicuri e per costruire insieme cura e responsabilità. È difficile, in queste ore, richiamare le iniziative che stiamo portando avanti come Comune di Bari, perché potrebbe apparire autocelebrativo di fronte alla sofferenza di una giovane donna che generosamente ci ha anche indicato la strada. Ma la verità è che questo clima di violenza, solitudine e indifferenza ci preoccupa profondamente e stiamo cercando di affrontarlo lavorando insieme alle persone che abitano la città.
È questo il senso del percorso di coprogettazione «Bari rigenera con cura»: non una soluzione da esibire, ma un percorso di ascolto dal quale anche le istituzioni devono essere disponibili ad apprendere. Ne è un esempio il collettivo Pink Line, incontrato nella tappa al Municipio 5. Alcune giovani studentesse dell’Accademia di Belle Arti, insieme a Jasmine Pignatelli, hanno trasformato la propria esperienza della città in una riflessione pubblica sulla libertà delle donne di abitare lo spazio urbano senza ridurre la propria presenza fisica ed emotiva. Anche rendere visibili le paure, le esclusioni e le soglie che condizionano il modo in cui attraversiamo la città significa contribuire alla sua sicurezza.
Per questo vorrei proporre che, alla ripresa del percorso a settembre, una delle prime iniziative pubbliche si svolga nella sede dell’Urban Center, a pochi metri dal luogo dell’aggressione. Un incontro da costruire con Pink Line, le ragazze e i ragazzi, le associazioni, le realtà educative e gli abitanti, per chiederci che cosa renda uno spazio pubblico realmente accogliente e sicuro e quali responsabilità spettino alle istituzioni e alla comunità.
