Si dice che il grado di civiltà di un Paese si misuri dal modo in cui tratta i detenuti e gli animali. In tutti e due i casi questo Paese, il nostro, è messo male. Ma tanto male che il Sappe, il sindacato delle guardie penitenziarie ha dovuto presentare un esposto a tutte le procure della regione, dove ci sono carceri, perchè vengano fuori le responsabilità di chi permette la vergogna di un sovraffollamento al 180 per cento di detenuti.
Non solo. Denunciano anche che ogni detenuto non ha nemmeno tre metri di spazio per sopravvivere (il minimo previsto), cui si aggiunge il rischio che le stesse guardie carcerarie vivono ogni giorno in una pentola a pressione pronta ad esplodere. Per di più con assistenza sanitaria scarsa per i detenuti con problemi psichiatrici e con temperature estive da forno in ambienti così ristretti che alimentano un clima di insopportabilità quotidiana.
Vale la pena ricordare cosa dice la Costituzione per difendere la quale si sono incrociate le lame di recente? Proviamo. L’articolo 27 dice che la pena deve rispettare la dignità umana, servire alla rieducazione del condannato ed escludere in modo assoluto la pena di morte. Quella che invece viene somministrata all’indomani della condanna, viste le condizioni, è una pena di morte da svegli.
E non serve il diario di cella dell’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Dopo la sua esperienza in carcere ha illustrato al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il «degrado» in cella. E Nordio si è impegnato a risolvere tutte le contraddizioni del sistema stringendogli la mano. Per la soluzione non ci sono molte strade in campo: o depenalizzare i reati minori o costruire carceri moderne.
È utile citare l’esempio dell’architettura umanizzata del carcere di Halden in Norvegia, o il carcere di Storstrøm in Danimarca o il complesso di Haren in Belgio? Significa vincere facile. Ma dall’altra parte, quella dello Stato, è gioco troppo facile gettare la chiave e chi si è visto, si è visto.
